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Geremia 1,11,19

Testo a fronte

 

Ebraico

Greco

Latino

Italiano

11 

וַיְהִ֤י דְבַר־יְהוָה֙ אֵלַ֣י לֵאמֹ֔ר מָה־אַתָּ֥ה רֹאֶ֖ה יִרְמְיָ֑הוּ וָאֹמַ֕ר מַקֵּ֥ל שָׁקֵ֖ד אֲנִ֥י רֹאֶֽה׃

καὶ ἐγένετο λόγος κυρίου πρός με λέγων τί σὺ ὁρᾷς Ιερεμια καὶ εἶπα βακτηρίαν καρυΐνην 

Et factum est verbum Domini ad me dicens: «Quid tu vides, Ieremia?». Et dixi: «Virgam amygdali vigilantis ego video».
Mi fu rivolta questa parola del Signore: "Che cosa vedi, Geremia?". Risposi: "Vedo un ramo di mandorlo". 

12 

וַיֹּ֧אמֶר יְהוָ֛ה אֵלַ֖י הֵיטַ֣בְתָּ לִרְא֑וֹת כִּֽי־שֹׁקֵ֥ד אֲנִ֛י עַל־דְּבָרִ֖י לַעֲשֹׂתֽוֹ׃

καὶ εἶπεν κύριος πρός με καλῶς ἑώρακας διότι ἐγρήγορα ἐγὼ ἐπὶ τοὺς λόγους μου τοῦ ποιῆσαι αὐτούς

Et dixit Dominus ad me: «Bene vidisti, quia vigilo ego super verbo meo, ut faciam illud».
Il Signore soggiunse: "Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla".

13

וַיְהִ֨י דְבַר־יְהוָ֤ה ׀ אֵלַי֙ שֵׁנִ֣ית לֵאמֹ֔ר מָ֥ה אַתָּ֖ה רֹאֶ֑ה וָאֹמַ֗ר סִ֤יר נָפ֙וּחַ֙ אֲנִ֣י רֹאֶ֔ה וּפָנָ֖יו מִפְּנֵ֥י צָפֽוֹנָה׃

καὶ ἐγένετο λόγος κυρίου πρός με ἐκ δευτέρου λέγων τί σὺ ὁρᾷς καὶ εἶπα λέβητα ὑποκαιόμενον καὶ τὸ πρόσωπον αὐτοῦ ἀπὸ προσώπου βορρᾶ 

Et factum est verbum Domini secundo ad me dicens: «Quid tu vides?». Et dixi: «Ollam succensam ego video; et facies eius a facie aquilonis». Quindi mi fu rivolta di nuovo questa parola del Signore: "Che cosa vedi?". Risposi: "Vedo una caldaia sul fuoco inclinata verso settentrione". 

14

וַיֹּ֥אמֶר יְהוָ֖ה אֵלָ֑י מִצָּפוֹן֙ תִּפָּתַ֣ח הָרָעָ֔ה עַ֥ל כָּל־יֹשְׁבֵ֖י הָאָֽרֶץ׃

καὶ εἶπεν κύριος πρός με ἀπὸ προσώπου βορρᾶ ἐκκαυθήσεται τὰ κακὰ ἐπὶ πάντας τοὺς κατοικοῦντας τὴν γῆν

Et dixit Dominus ad me: «Ab aquilone pandetur malum super omnes habitatores terrae; Il Signore mi disse: "Dal settentrione si rovescerà la sventura su tutti gli abitanti del paese. 

15

כִּ֣י ׀ הִנְנִ֣י קֹרֵ֗א לְכָֽל־מִשְׁפְּח֛וֹת מַמְלְכ֥וֹת צָפ֖וֹנָה נְאֻם־יְהוָ֑ה וּבָ֡אוּ וְֽנָתְנוּ֩ אִ֨ישׁ כִּסְא֜וֹ פֶּ֣תַח ׀ שַׁעֲרֵ֣י יְרוּשָׁלִַ֗ם וְעַ֤ל כָּל־חוֹמֹתֶ֙יהָ֙ סָבִ֔יב וְעַ֖ל כָּל־עָרֵ֥י יְהוּדָֽה׃

διότι ἰδοὺ ἐγὼ συγκαλῶ πάσας τὰς βασιλείας ἀπὸ βορρᾶ τῆς γῆς λέγει κύριος καὶ ἥξουσιν καὶ θήσουσιν ἕκαστος τὸν θρόνον αὐτοῦ ἐπὶ τὰ πρόθυρα τῶν πυλῶν Ιερουσαλημ καὶ ἐπὶ πάντα τὰ τείχη τὰ κύκλῳ αὐτῆς καὶ ἐπὶ πάσας τὰς πόλεις Ιουδα

quia ecce ego convocabo omnia regna aquilonis, ait Dominus, et venient et ponent unusquisque solium suum in introitu portarum Ierusalem et contra omnes muros eius in circuitu et contra universas urbes Iudae;
Poiché, ecco, io sto per chiamare tutti i regni del settentrione. Oracolo del Signore. Essi verranno e ognuno porrà il trono davanti alle porte di Gerusalemme, contro tutte le sue mura e contro tutte le città di Giuda. 

16

וְדִבַּרְתִּ֤י מִשְׁפָּטַי֙ אוֹתָ֔ם עַ֖ל כָּל־רָעָתָ֑ם אֲשֶׁ֣ר עֲזָב֗וּנִי וַֽיְקַטְּרוּ֙ לֵאלֹהִ֣ים אֲחֵרִ֔ים וַיִּֽשְׁתַּחֲו֖וּ לְמַעֲשֵׂ֥י יְדֵיהֶֽם׃

καὶ λαλήσω πρὸς αὐτοὺς μετὰ κρίσεως περὶ πάσης τῆς κακίας αὐτῶν ὡς ἐγκατέλιπόν με καὶ ἔθυσαν θεοῖς ἀλλοτρίοις καὶ προσεκύνησαν τοῖς ἔργοις τῶν χειρῶν αὐτῶν

et loquar iudicia mea cum eis super omnem malitiam eorum, qui dereliquerunt me et incensum obtulerunt diis alienis et adoraverunt opus manuum suarum. Allora pronunzierò i miei giudizi contro di loro, per tutto il male che hanno commesso abbandonandomi, per sacrificare ad altri dèi e prostrarsi dinanzi al lavoro delle proprie mani. 

17

וְאַתָּה֙ תֶּאְזֹ֣ר מָתְנֶ֔יךָ וְקַמְתָּ֙ וְדִבַּרְתָּ֣ אֲלֵיהֶ֔ם אֵ֛ת כָּל־אֲשֶׁ֥ר אָנֹכִ֖י אֲצַוֶּ֑ךָּ אַל־תֵּחַת֙ מִפְּנֵיהֶ֔ם פֶּֽן־אֲחִתְּךָ֖ לִפְנֵיהֶֽם׃

καὶ σὺ περίζωσαι τὴν ὀσφύν σου καὶ ἀνάστηθι καὶ εἰπὸν πρὸς αὐτοὺς πάντα ὅσα ἂν ἐντείλωμαί σοι μὴ φοβηθῇς ἀπὸ προσώπου αὐτῶν μηδὲ πτοηθῇς ἐναντίον αὐτῶν ὅτι μετὰ σοῦ ἐγώ εἰμι τοῦ ἐξαιρεῖσθαί σε λέγει κύριος 

Tu ergo accinge lumbos tuos et surge et loquere ad eos omnia, quae ego praecipio tibi; ne timeas a facie eorum, alioquin timere te faciam vultum eorum. Tu, dunque, cingiti i fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro. 

18

וַאֲנִ֞י הִנֵּ֧ה נְתַתִּ֣יךָ הַיּ֗וֹם לְעִ֨יר מִבְצָ֜ר וּלְעַמּ֥וּד בַּרְזֶ֛ל וּלְחֹמ֥וֹת נְחֹ֖שֶׁת עַל־כָּל־הָאָ֑רֶץ לְמַלְכֵ֤י יְהוּדָה֙ לְשָׂרֶ֔יהָ לְכֹהֲנֶ֖יהָ וּלְעַ֥ם הָאָֽרֶץ׃

ἰδοὺ τέθεικά σε ἐν τῇ σήμερον ἡμέρᾳ ὡς πόλιν ὀχυρὰν καὶ ὡς τεῖχος χαλκοῦν ὀχυρὸν ἅπασιν τοῖς βασιλεῦσιν Ιουδα καὶ τοῖς ἄρχουσιν αὐτοῦ καὶ τῷ λαῷ τῆς γῆς 

Ego quippe dedi te hodie in civitatem munitam et in columnam ferream et in murum aereum contra omnem terram regibus Iudae, principibus eius et sacerdotibus et populo terrae; Ed ecco oggi io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese.

19

וְנִלְחֲמ֥וּ אֵלֶ֖יךָ וְלֹא־י֣וּכְלוּ לָ֑ךְ כִּֽי־אִתְּךָ֥ אֲנִ֛י נְאֻם־יְהוָ֖ה לְהַצִּילֶֽךָ׃ פ

καὶ πολεμήσουσίν σε καὶ οὐ μὴ δύνωνται πρὸς σέ διότι μετὰ σοῦ ἐγώ εἰμι τοῦ ἐξαιρεῖσθαί σε εἶπεν κύριος

et bellabunt adversum te et non praevalebunt, quia tecum ego sum, ait Dominus, ut eripiam te». Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti". Oracolo del Signore.

Struttura

A 11

Mi fu rivolta questa parola del Signore: "Che cosa vedi, Geremia?".

Risposi: "Vedo un ramo di mandorlo".

 

B 12

Il Signore soggiunse: "Hai visto bene,

poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla".

 

A1 13

Quindi mi fu rivolta di nuovo questa parola del Signore: "Che cosa vedi?".

Risposi: "Vedo una caldaia sul fuoco inclinata verso settentrione". 

visione

B1

14

Il Signore mi disse: "Dal settentrione si rovescerà la sventura su tutti gli abitanti del paese.

1°: spiegazione

C

15

Poiché, ecco, io sto per chiamare tutti i regni del settentrione.

- Oracolo del Signore -

Essi verranno e ognuno porrà il trono davanti alle porte di Gerusalemme,

contro tutte le sue mura e

contro tutte le città di Giuda.

2°: avvenimento

D 

16

Allora pronunzierò i miei giudizi

contro di loro,

per tutto il male che hanno commesso abbandonandomi,

per sacrificare ad altri dèi

e prostrarsi davanti al lavoro delle proprie mani.

3°: interpretazione

E


 

17


 

 

Tu, poi,

[1] cingiti i fianchi,

[2] alzati

[3] e dì loro 

tutto ciò che ti ordinerò;

 

non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro.

 

D1

18

Ed ecco oggi Io faccio di te

come una fortezza, [come una colonna di ferro,] come una muraglia di bronzo

contro tutto il paese,

contro i re di Giuda e i suoi capi,

contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese.

 

C1 

19 

 

Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché Io sono con te per salvarti".

- Oracolo del Signore -

 

 

Contesto storico

Ci troviamo nell’anno XIII del regno di Giosia: il 627 a.C. Infatti, come vedremo in seguito, la seconda visione — quella della “caldaia sul fuoco” — fa riferimento a un evento storico ben preciso: Giuda si troverà coinvolta nella lotta per il potere tra Egitto e Babilonia. Le Cronache babilonesi riferiscono della resa di Gerusalemme il 2 del mese di Adar, ossia verso la metà di marzo del 597. Ioiakim era già morto, forse assassinato, e il suo giovane figlio Ioiakin, che aveva regnato solo pochi mesi, fu deportato a Babilonia insieme a un numeroso gruppo di esuli.

Il brano che ci apprestiamo ad analizzare è in continuità con quello della vocazione di Geremia: i versetti 11-16 completano la missione annunciata nei versetti precedenti attraverso due visioni relative al messaggio: quella del ramo di mandorlo e quella della caldaia. Si tratta, in entrambi i casi, della visione di elementi ordinari che vengono collegati, attraverso un gioco di parole, con l’interpretazione fornita da Dio.

Versetti 11-13: gli oracoli

I versetti 11-13 contengono due oracoli “esemplari” che seguono la consueta formula di visione con spiegazione. In essi è importante lo sdoppiamento della rivelazione in due momenti: simbolo e interpretazione. Sogno e spiegazione, pantomima e spiegazione, nome e spiegazione possono essere considerati come varianti dello stesso schema. Parafrasando Ricoeur, potremmo dire che “il simbolo dà a pensare”; la spiegazione offerta dal profeta originario può essere legata al simbolo, che rimane disponibile e capace di sprigionare nuovo senso (in teoria, l’oracolo verbale non si duplica, ma si interpreta immediatamente; in pratica, però, esso incorpora molti simboli letterari, ricchi e disponibili per ulteriori spiegazioni).

La prima visione

La prima visione (v. 11, cfr. la domanda identica in 24,3: “Il Signore mi disse: «Che cosa vedi, Geremia?». Io risposi: «Fichi; i fichi buoni sono molto buoni, i cattivi sono molto cattivi, tanto cattivi che non si possono mangiare»”) parte dal ramo di mandorlo. Si presenta qui un gioco di parole: in ebraico, “mandorlo” si dice šāqēd, parola molto simile a šōqēd, che significa “vigile”, e suggerisce l’idea che il Signore veglia. Per il biblista Ravasi[1], la paronomasia è resa nella versione italiana con le parole “tiglio/veglio”.

Con l’immagine del mandorlo si introduce un riferimento alla produttività vitale in ambito agricolo. Il processo storico, come il ciclo vegetale della natura, è sotto il dominio di Dio, che fa fiorire e fruttificare la sua parola a tempo opportuno (Is 18,5; 55,10-11[2]). Al contempo, il mandorlo/guardiano preannuncia una primavera tragica. È forse questa la ragione per cui si sceglie il termine maqqēl (ramo) invece di albero? La parola maqqēl è ambigua: può indicare un bastone da pastore che protegge (Sal 23,4) o che minaccia (1Sam 17,40.43).

La seconda visione

Nei versetti 13-14 appare la seconda visione, che trasmette un messaggio più oscuro. Potremmo definirla una scena domestica: il ribollire di una caldaia, una pentola da cucina. Questa immagine si trasforma in una sciagura: una disgrazia bollente e travolgente “che si rovescia” (šāfaq, nāṭaq). Le principali interpretazioni sono tre:

  • alcuni ritengono che il focus sia sull’appoggio della caldaia sul fuoco, con l’apertura rivolta a nord;
  • altri pensano che essa si muova da nord a sud;
  • altri ancora (Rudolph, Weiser, Gelin) propongono che la caldaia penda verso nord — ipotesi che sembra la più ovvia.

La visione è accompagnata da un altro gioco di parole sul verbo nāfaḥ, che può significare “bollire”, “soffiare” o, più correttamente, “sbuffare”. In ogni caso, l’immagine introduce l’annuncio della sventura imminente. Le espressioni sul fuoco (v. 13), si rovescerà (v. 14) e davanti (v. 15) tracciano una progressione minacciosa verso Gerusalemme, resa più evidente da alcune allitterazioni: nāpūḥ, pānāw, mippənê, ṣāpōn, ṣāpōn, tippātaḥ.

L'invasione

La sciagura verrà da nord, via consueta per le invasioni, dato che a est il deserto rappresenta una barriera naturale, e scoraggia ogni possibile avanzata militare. Non si tratta di una catastrofe naturale: l’invasore non è identificato, ma il suo arrivo è carico di timore. Finché non giunge, gli increduli beffardi minimizzano il pericolo, come se fosse un’invenzione profetica (cf. 4,5-18; 17,14-18). Geremia insiste: la sventura verrà dal settentrione, da nord (cf. 4,6; 6,1.22); i suoi occhi sono rivolti alla Mesopotamia, a Babilonia, non all’Egitto, potenza meridionale che egli considera di scarso peso.

Il versetto 15, forse una glossa posteriore, precisa la visione: si parla di un’invasione di truppe alleate e di un assedio che giungerà fino alla capitale del regno. I comandanti nemici siederanno nei luoghi del potere giudaico: un’esplicitazione di secondo grado.

L'infedeltà

Il versetto 16 offre una spiegazione di terzo grado: l’invasione sarà l’esecuzione di una sentenza divina contro l’infedeltà del popolo. Il bersaglio è Gerusalemme, colpevole di aver abbandonato il Dio dell’alleanza. Ma si tratta di una sentenza giudiziaria che non implica una rottura definitiva: essa prepara il popolo al riconoscimento della colpa. Il principio è quello della corrispondenza (o “taglione”): hanno adorato dèi stranieri, e subiranno una punizione proporzionata, come ripetutamente affermato nel libro (e nel Deuteronomio); è un leit-motiv. Come il re di Babilonia condannerà Sedecia (52,9), così Dio pronuncia ora la sua sentenza (1,16), a causa dell’infedeltà, abbandonandomi, e dell’idolatria.

Lo schema

Lo schema proposto nel testo curato da G. Ravasi[3] risulta efficace: visione/spiegazione = avvenimento/interpretazione; ad esempio, sciagura/castigo. La progressione può essere così scaglionata:

  • 13: visione (1° grado),
  • 14: spiegazione (2° grado),
  • 15: avvenimento (3° grado),
  • 16: interpretazione.

Versetti 17-19: invio formale

Con un enfatico «Tu» (v. 17) inizia l’esortazione finale all’accettazione della missione (vv. 17-19). L’ordine di cingere i fianchi (v. 17, cf. Gb 38,3; 40,7) indica la preparazione per l’azione, in questo caso per la predicazione (cf. v. 7). È fondamentale non temere gli uomini: un gioco di parole rinforza questo concetto, poiché “temere” e “far temere” sono espressi in ebraico dallo stesso verbo.

Chi indossa una tunica larga e fluente deve cingersela per poter viaggiare o lavorare: è il segno del viandante di Dio (come Elia in 2Re 1,8 o Giovanni Battista in Mt 3,4). Ma non solo: il messaggero di una parola esigente scatena il dramma, la persecuzione, il combattimento. Anche per combattere, infatti, bisogna cingersi (Gb 40,7). Quando fuori infuria la persecuzione, sorgono interiormente timori che paralizzano e schiavizzano, come una quinta colonna del nemico. Il profeta deve vincerli, confidando nella promessa di Dio, che non gli assicura una pace comoda, ma un’alleanza infrangibile.

Possiamo qui osservare una sorta di transfert di rapporti: la relazione tra profeta e popolo nasconde in realtà la relazione tra Dio e il suo popolo. Per questo Geremia non deve temere: a rigor di termini, non si tratta né della sua parola né della sua persona. Solo nella fede egli può esserne convinto. Se il profeta manca di questa fiducia, sarà invaso da paure sempre più numerose, come se fosse Dio stesso ad alimentarle. Un’alleanza di persone influenti si ergerà contro il profeta indifeso: ciò dev’essere chiaro fin dal momento della vocazione.

L’“io” di Dio (v. 18) sosterrà il tu di Geremia. Ti ho stabilito (v. 5) e faccio di te (v. 18) sono espressi in ebraico con lo stesso verbo e indicano la nuova identità del profeta. È importante cogliere con precisione il significato del testo ebraico. Le tre immagini presenti nel versetto 18 — fortezza, colonna, muraglia — evidenziano una difesa solida e stabile: il profeta sarà una fortezza inespugnabile, una colonna inamovibile, una muraglia insuperabile. Avrà un carattere di ferro.

Come si realizzerà tutto questo? Solo il prosieguo del libro potrà darci una risposta, che sarà paradossale. La città capitale cadrà. Le sue mura saranno sfondate, le sue colonne crolleranno. Ma il profeta resisterà. In che modo? Basti pensare ad alcune espressioni simili: come macigno (Is 50,7); rocca e bronzo (Gb 6,12).

La “città fortificata” è menzionata anche in Sal 59,11 e nel parallelo Sal 107,11; nella forma plurale ricorre in Ger 4,5 e 8,14, dove indica le città di Giuda assediate e insicure. La “colonna di ferro” (assente nella traduzione CEI, ma presente nel testo ebraico) si spiega alla luce del modello a cui si ispira: le colonne di bronzo della facciata del Tempio, che diventano qui simbolo della nuova forza profetica. Ger 52,17-22 descrive il loro trasferimento a Babilonia e, negli ultimi versetti, la lunga descrizione della loro bellezza lascia intuire l’enormità della perdita. Ora, però, fin dall’inizio, Dio fa di Geremia una colonna di ferro.

Nel contesto del libro, ciò significa che il profeta assume il ruolo stesso del Tempio e lo supera (il ferro è più resistente del bronzo). La “muraglia di bronzo” (al singolare anche in 15,20) si contrappone alle mura inefficaci di Gerusalemme (v. 15). Le tre immagini insieme delineano la nuova funzione di Geremia: egli sarà una compensazione migliore e più sicura per Gerusalemme e per il Tempio, ora che sono caduti.

E contro l’attacco di tutti — anche dei potenti del paese — egli sarà saldo e inespugnabile (v. 19), grazie all’assistenza divina. Geremia è chiamato a una vita piena di conflitti. 

Bibliografia

«Geremia» n.14 in “Nuovo Grande Commentario Biblico”, a cura di Guy P. Couturier C.S.C., Queriniana, Brescia, 1988.

«Geremia, Capitoli 1-26,14» vol. 1, in “Antico Testamento” Vol. 20 a cura di Otto Kaiser e Lothar Perlitt, trad. e com. di Artur Weiser, Paideia Editrice Brescia, Brescia 1897.

 

La Bibbia di Gerusalemme, a cura di un gruppo di biblisti italiani sotto la direzione di F. Vattioni, Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna, 199312.

Angelo Penna, Geremia, Marietti, Roma, 1952.

G. Ravasi, I Profeti, Ancora, Milano 1975.

André Ridouard, Geremia la prova della fede, Borla, Roma 1983.

L. Alonso Schökel e J. L. Sicre Diaz, I Profeti: traduzione e commento, ed. it. a cura di G. Ravasi, Borla, Roma 1984.

 


[1] L. Alonso Schökel e J. L. Sicre Diaz, I Profeti - traduzione e commento di, ed. it. A cura di G. Ravasi, Borla, Roma 1984.

[2] “10 Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, 11 così sarà della parola uscita dalla mia bocca:non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata” (Is. 55,10-11).

[3] L. Alonso Schökel e J. L. Sicre Diaz, I Profeti - traduzione e commento di, ed. it. A cura di G. Ravasi, Borla, Roma 1984.