Il nominalismo è una delle possibili soluzioni al problema filosofico degli universali. Tale questione, centrale per la riflessione di molti pensatori medievali, era già stata posta da Porfirio nell’Isagoge, introduzione alla logica aristotelica che apriva il corso di dialettica. Il problema può essere formulato nei seguenti termini: quando attribuiamo a un soggetto un predicato universale, come “animale” o “uomo”, tale predicato è una res (realtà) presente in ogni individuo, oppure è semplicemente una vox (suono), un nomen (nome), una costruzione mentale derivata dalla nostra esperienza dei singoli individui?
I sostenitori della prima tesi furono detti realisti, in quanto ritenevano che gli universali esistessero realmente; coloro che propendevano per la seconda posizione vennero invece chiamati nominalisti, poiché consideravano gli universali come semplici nomi.
Per estensione, il termine “nominalismo” – inizialmente riferito alla teoria della conoscenza – venne applicato a varie posizioni filosofiche e teologiche accomunate da alcune intuizioni fondamentali: il primato dell’individuo, il rifiuto di ogni “reificazione” delle relazioni o delle dipendenze tra sostanze, il senso della contingenza del singolare e la critica al potere dei segni e delle astrazioni.
I primi nominalisti compaiono alla fine dell’XI secolo. Il più noto è Roscellino di Compiègne (ca. 1050–1120), che applicò la prospettiva nominalista perfino alla dottrina trinitaria, suscitando l’accusa di triteismo. Il suo allievo, Pietro Abelardo (1079–1142), pur criticandolo duramente, condivise alcuni presupposti nominalistici, sebbene in forma più moderata. Abelardo respinse il realismo, ma ammise che gli individui, pur non possedendo un’essenza comune reale, partecipassero a una certa natura condivisa. Tuttavia, egli non estese il proprio metodo nominalista né alla teologia né alla morale. Nonostante la presenza di alcuni discepoli, la sua scuola si estinse verso la fine del XII secolo.
Nel XIII secolo, la maggior parte dei teologi aderiva a forme di realismo moderato. Solo intorno al 1300, nel contesto della crescente critica al tomismo, il nominalismo tornò a svilupparsi, specialmente nelle università di Parigi e Oxford.
Il maggiore esponente del nominalismo nel XIV secolo fu Guglielmo di Ockham (ca. 1285–1347). Ockham partì da presupposti epistemologici simili a quelli di Abelardo, ma li estese a numerosi ambiti: dalla filosofia naturale alla metafisica, dalla teologia all’ecclesiologia. La sua riflessione sulla potentia absoluta di Dio lo portò a negare alla teologia lo statuto di scienza in senso proprio e a mettere in discussione l’idea della Chiesa gerarchica come istituzione perfetta.
Sebbene Ockham non abbia fondato una vera e propria scuola, molte sue idee furono riprese in ambito accademico, dando vita a una sorta di fondo comune nominalistico, una via moderna alla quale aderirono vari pensatori contrari all’aristotelismo e al tomismo tradizionali. Questa via moderna si affermò in particolare a Parigi e nelle università tedesche, soprattutto a Tubinga, dove divenne celebre grazie a Gabriel Biel (1418–1495), le cui opere influenzarono significativamente Martin Lutero.
Tuttavia, il nominalismo medievale, divenuto bersaglio privilegiato delle critiche degli umanisti, entrò in declino verso il 1500.