Dobbiamo anzitutto riconoscere che il conciliarismo fu uno dei grandi errori storici commessi nella vita della Chiesa; possiamo pertanto definirlo, insieme a Riboldi nel Dizionario storico curato da Chiocchetta, come “un errore ecclesiologico”.
Questo movimento nacque all’interno della Chiesa cattolica durante il Medioevo e consisteva, essenzialmente, nel riconoscere a un concilio generale della Chiesa un’autorità superiore a quella del Sommo Pontefice, fino a prevederne la possibile deposizione. Il conciliarismo ebbe origine tra il XII e il XIII secolo, ma si sviluppò pienamente nel contesto del grande scisma d’Occidente (1378-1417), che divise la Chiesa tra i sostenitori del papa di Roma e quelli del papa di Avignone.
In risposta alla paralisi istituzionale provocata dalla doppia (e poi triplice) obbedienza papale, maturò l’idea di convocare un concilio generale per dirimere la questione. Tra i primi sostenitori di tale via d’uscita vi furono Corrado di Gelnhausen ed Enrico di Langenstein, i quali nel 1380 proposero di superare l’impasse giuridica rappresentata dal potere supremo del papa, appellandosi all’intenzione ultima di Cristo: egli avrebbe affidato a Pietro un’autorità particolare affinché la Chiesa restasse una (ut unum sint). Di conseguenza, i suoi successori non potevano minacciare tale unità senza tradire la loro missione. In casi estremi, quindi, il concilio – in quanto espressione dell’universalità della Chiesa – era ritenuto legittimato a correggere e persino a deporre il pontefice.
I conciliaristi riconoscevano formalmente il ruolo del papa come capo visibile della Chiesa, ma si opponevano all’idea che egli detenesse un potere assoluto e incondizionato. Secondo questa visione, il papa non è nulla senza la Chiesa universale, e non possiede alcun potere che non derivi già da essa. Il concilio, quindi, poteva giudicare il papa in caso di errore, poiché la sua autorità sarebbe derivata direttamente da Cristo.
Il conciliarismo trovò sostenitori in importanti pensatori come Marsilio da Padova e Guglielmo di Ockham, i quali si impegnarono nella riformulazione dei rapporti tra papato e Chiesa.
Il dibattito si sviluppò soprattutto all’interno di ambienti religiosi, in particolare tra alcuni gruppi francescani, che sostenevano che solo l’intera comunità dei fedeli potesse essere garante della fede, e non una singola persona. Anche il papa, secondo questa prospettiva, poteva sbagliarsi.
Il conciliarismo raggiunse il suo massimo sviluppo all’inizio del XV secolo, quando i papi di Roma, Avignone e Pisa non riuscivano a porre fine allo scisma di occidente (1378-1417). Una serie di eventi e concili contribuì a rafforzare temporaneamente la causa conciliarista: il Concilio di Pisa (1409), quello di Costanza (1414-1418), Pavia-Siena (1423-1424), e infine il lungo concilio di Basilea-Ferrara-Firenze (1431-1449).
Il Concilio di Costanza rappresentò il momento di maggior successo del conciliarismo. Due papi furono deposti, un terzo si dimise volontariamente, e il concilio elesse Martino V, ponendo formalmente fine allo scisma. Tuttavia, la legittimità delle sue decisioni e, soprattutto, la pretesa di elevare il conciliarismo a principio permanente dell’ordine ecclesiastico non furono mai riconosciute ufficialmente dalla Chiesa.
Anche se i conciliaristi riuscirono a costringere i papi a partecipare ai concili di Pisa e Basilea, quest’ultimo fu segnato da gravi contrasti. Dopo la deposizione del papa Eugenio IV (1431-1447), il movimento iniziò rapidamente a perdere autorità e consenso.
Il concilio di Basilea segnò di fatto il tramonto del conciliarismo. Nel 1460 Papa Pio II (1458-1464) lo condannò formalmente attraverso la bolla Execrabilis. La condanna definitiva giunse con il Concilio Vaticano I (1870), che affermò il primato del papa sul concilio, mettendo fine alla questione.