Benvenuto nel sito ufficiale di Giuseppe Esposito

La cultura è una delle caratteristiche antropologiche che ha distinto gli esseri umani fin dalle sue origini.

Messaggio di manutenzione

🛠️ Sito in manutenzione straordinaria

Stiamo effettuando aggiornamenti importanti.
Gli articoli torneranno disponibili entro pochi giorni.

Grazie per la pazienza e la comprensione.
Puoi leggere le pagine già aggiornate oppure ritorna presto a trovarci!

Prima parte: Il combattimento per la fede

Introduzione

La cura d'anime esercitata da Lutero ebbe sempre un carattere più intimo e personale rispetto alla sua predicazione e al suo insegnamento. Nelle sue lezioni e nei suoi sermoni non mancava mai del tutto l'elemento personale; ma quando, come medico delle anime, si trovava a curarle, ricorreva quasi esclusivamente ai rimedi di cui aveva sperimentato l'efficacia nei propri tormenti spirituali. Per questo, lo studio di ciò che egli fece per alleviare le difficoltà spirituali altrui deve consistere in un'ulteriore analisi dei suoi mali e dei rimedi che trovò efficaci per sé e per gli altri.

1.1. La lunga lotta di Lutero

Non si può evitare di riconoscere, fin dall'inizio, che i tormenti spirituali di Lutero durarono straordinariamente a lungo. Quest'uomo, che aveva armato altri con la corazza della fede, visse in una perpetua lotta per conquistarla. Forse la crisi più grave di tutta la sua vita fu quella del 1527. Il ripetersi di questi periodi di abbattimento riapre la questione se alla loro base vi fossero disturbi fisiologici. In realtà, una risposta definitiva non è possibile. Il tentativo di stabilire una correlazione tra le sue malattie fisiche e i momenti di scoramento si è dimostrato infruttuoso; e non si deve dimenticare che le sue difficoltà spirituali furono acute già durante la vita monastica, prima dell'insorgere delle patologie. È più plausibile cercare un legame con eventi esterni: le sue crisi furono innescate da una tempesta, dalla celebrazione della prima Messa e, nel 1527, dallo scontro con elementi radicali, aggravato dalla consapevolezza che, mentre i suoi seguaci subivano il martirio, egli dormiva nel proprio letto.

Quando si riprese da questa crisi, si trovò a fare i conti con il senso di colpa per essere ancora vivo. «Non sono degno - diceva - di versare il mio sangue per Cristo come hanno fatto invece molti di quelli che con me confessano l’Evangelio. Però questo onore fu negato anche al discepolo prediletto, all’evangelista Giovanni, che pure scrisse un libro molto più contrario al papato di quanti ne abbia scritti io».

Sebbene gli eventi esterni influissero su di lui, la "notte oscura dell'anima" può nascere da ciò che è imponderabile. La debolezza fisica era più spesso un effetto che una causa.

Le crisi vertevano sempre sul medesimo nodo: la perdita della certezza che Dio sia buono, e che lo sia nei suoi confronti. Dopo la terribile "Anfechtung" del 1527, Lutero scrisse: « Per più di una settimana fui vicino alla morte ed all’inferno e tutte le mie membra tremavano. Avevo perduto Cristo, ed ero travolto dalla disperazione e dalla bestemmia contro Dio». I suoi tormenti aumentavano con l'età, perché era un medico delle anime; e se il rimedio che prescriveva a sé e agli altri si fosse rivelato velenoso, quanto più grave sarebbe stata la sua responsabilità! Il suo problema non era l'origine della depressione, ma la via per superarla. Parlando ripetutamente di questo tema, sviluppò una tecnica per sé e per i suoi parrocchiani.

Offriva, come primo conforto, la convinzione che intense lotte spirituali sono necessarie per trovare risposte valide a problemi religiosi autentici; le reazioni emotive possono essere acute, perché il diavolo trasforma una pulce in un cammello.

Inoltre, il cammino dell'uomo con Dio non può essere tranquillo: «Se vivrò ancora qualche anno, scriverò un libro sulle «Anfechtungen», perché senza di esse nessuno può comprendere la Scrittura, la fede, il timore o l’amore di Dio. Chi non è mai stato soggetto alla tentazione, non sa che cosa voglia dire la speranza. David dev’essere stato tormentato da un terribile demonio: non potrebbe aver avuto delle intuizioni così profonde se non avesse subito delle gravi prove».

Lutero giunse quasi a sostenere che un'eccessiva sensibilità emotiva può essere una via per ricevere rivelazioni. Chi è incline allo scoraggiamento o all'estasi può vedere la realtà da una prospettiva insolita ma autentica; e quando un fatto religioso è presentato in quel modo, altri, meno sensibili, potranno beneficiarne e riconoscerne la verità.

 

1.2. I momenti di scoramento

Egli ebbe la sensazione che i suoi periodi di abbattimento fossero necessari; ma, al tempo stesso, li percepiva come tremendi e da evitare, da superare a ogni costo e con tutti i mezzi. Tutta la sua vita fu una lotta contro di essi, un combattimento per mantenere la fede. Su questo punto Lutero è estremamente interessante anche per noi, perché anche noi ci sentiamo abbattuti e vorremmo sapere come alleviare il nostro scoramento.

Lutero adottava due metodi: l’attacco frontale e l’avvicinamento indiretto. A volte si impegnava in un confronto diretto con il diavolo. Questa singolare messa in scena può divertire il lettore moderno e indurlo a non prendere Lutero sul serio; tuttavia, è significativo che il diavolo gli dicesse esattamente le stesse cose che ciascuno dice a se stesso nei momenti di introspezione. Ancora più notevole è il fatto che Lutero attribuisse al diavolo soltanto le sue difficoltà minori. Negli scontri più importanti, l’attaccante era sempre Dio stesso. Il diavolo era, in un certo senso, una semplificazione: Lutero preferiva personificare il suo nemico in un essere che potesse assalire senza pericolo di bestemmiare.

Egli descrive con un certo compiacimento alcuni di quegli incontri: «Quando vado a letto, il diavolo mi aspetta sempre. Quando comincia a tormentarmi, gli rispondo: “Diavolo, devo dormire: questo è l’ordine di Dio, di lavorare di giorno e dormire di notte. Perciò vattene!”. Se queste parole non hanno effetto ed egli mi presenta una lista dei miei peccati, allora gli dico: “Va bene, mio caro, li so a memoria, e ne conosco altri che tu hai dimenticato: aggiungi anche quelli”. Se ancora non mi lascia in pace e continua a tormentarmi e ad accusarmi di essere un peccatore, mi faccio beffe di lui e dico: “San Satana, prega per me. Certo, tu non hai mai fatto nulla di male in vita tua. Tu solo sei santo. Va’ da Dio e ottieni la grazia per te stesso. Se vuoi farmi diventare perfetto, ti dico: Medico, cura te stesso”».

A volte, Lutero era abbastanza temerario da affrontare anche il grande incontro con Dio stesso: «Io disputo molto con Dio, con grande impazienza – disse – e lo richiamo alle sue promesse».

La donna cananea (cfr. Mt 15,21-28) era per lui fonte di infinita meraviglia e consolazione, perché aveva avuto l’audacia di discutere con Cristo. Quando essa, infatti, gli aveva chiesto di guarire la propria figlia, egli aveva risposto che era stato mandato soltanto alle pecore perdute della casa d’Israele e che non era giusto prendere il pane dei figli per darlo ai cani. La donna non contestò il giudizio, accettò di essere chiamata “cagna”, ma chiese ciò che anche i cani ricevono: le briciole che cadono dalla tavola dei figli. Ella prese Cristo alla lettera, e proprio per questo fu trattata non come un cane, ma come una figlia d’Israele.

Questo è stato scritto per nostra consolazione, per mostrarci fino a che punto Dio può nascondere il suo volto, e per insegnarci che non dobbiamo seguire i nostri sentimenti, ma soltanto la sua Parola. Tutte le risposte che Cristo diede alla donna sembravano un «no», ma Egli non intendeva dire «no». Non disse che la donna non era della casa d’Israele, né che fosse un cane. Non disse di no, eppure tutte le sue parole suonavano piuttosto come un «no» che come un «sì». Questo ci mostra cosa prova il nostro cuore nello scoraggiamento: null’altro che un puro e semplice «no». Perciò dobbiamo volgere lo sguardo al «sì» profondo e nascosto che si cela dietro il «no», e rimanere fermamente fedeli alla Parola di Dio.

 

1.3. La via indiretta

Tuttavia a volte Lutero sconsigliava qualsiasi tentativo di lotta aperta. «Non discutete col diavolo - diceva - che ha un’esperienza di cinquemila anni ed ha provato tutte le sue astuzie su Adamo, Abramo e Davide e sa esattamente qual è il vostro punto debole». E aggiungeva che il diavolo è costante e, se non riesce ad atterrare l’uomo al primo assalto, comincerà un assedio di usura, finché quegli cederà semplicemente per esaurimento. Meglio bandire del tutto questo argomento e cercare qualche amico con cui parlare di cose insignificanti, per esempio di che cosa sta succedendo a Venezia. Soprattutto si eviti la solitudine. «Eva si compromise mentre passeggiava sola nel giardino. Le tentazioni più gravi le ho quando sono solo. Cerca qualche fratello cristiano, qual che savio consigliere, circondati della compagnia della Chiesa. Cerca degli amici, anche donne, mangia, balia, giuoca, canta. Mangia e bevi, anche se il cibo non ti piace: in quei casi non c’è di peggio che digiunare». Una volta Lutero diede tre regole per scacciare l’abbattimento: la prima è la fede in Cristo; la seconda è di andare violentemente in collera; e la terza è l’amore di una donna. Raccomandava specialmente la musica, che il diavolo odia perché non può sopportare l’allegria. Il medico di Lutero racconta che una volta, andando a fargli visita con alcuni amici per una serata musicale, lo trovò svenuto; ma, quando gli altri ebbero cominciato a cantare, ben presto si riebbe e si unì al canto. La vita di famiglia era un conforto e una diversione, e similmente la presenza di sua moglie, quando il diavolo lo assaliva nelle veglie della notte: «Allora mi rivolgo a Käthe e le dico: “Proibiscimi di avere queste tentazioni e richiamami da questi vani tormenti”». Anche il lavoro manuale era un aiuto: una buona maniera per esorcizzare il demonio, suggeriva Lutero, consiste nel bardare un cavallo e uscire a spandere letame nei campi. In tutti questi consigli di sfuggire la lotta egli in un certo senso prescriveva la fede come rimedio alla mancanza di fede, infatti il cessare la discussione è per se stesso un atto di fede simile alla «Gelassenheit» (imperturbabilità) dei mistici, cioè una manifestazione di fiducia nel potere che Dio ha di risanare che opera nel subcosciente, mentre l’uomo si occupa d’altro.

Questo spiega perché a Lutero piaceva osservare quelli che prendono la vita allegramente, come gli uccelli o i bimbi. Guardando il suo piccolo Martin che prendeva il latte gli disse: «Piccolo, i tuoi nemici sono il papa, i vescovi, il duca Giorgio, Ferdinando ed il diavolo; ma tu succhi senza darti pensiero di niente».

Una volta una bimba di quattro anni stava cinguettando di Cristo, degli angeli e del cielo, e Lutero le disse: «Figlia mia, se soltanto potessimo credere fermamente codeste cose!». «Ma come,  - disse la bimba, - tu non ci credi?». Lutero commentò: «Cristo ci ha dato i bambini per maestri. Mi preoccupo perché pur essendo dottore in teologia devo andare a scuola con Hans e Magdalena; infatti, chi mai tra gli uomini è in grado di capire tutto il significato di questa parola del Signore: “Padre nostro, che sei nei cieli”? Chi crede veramente queste parole può dire: “Io sono il signore del cielo e della terra e di tutto quello che c’è in essi; l’angelo Gabriele è il mio servo e Raffaele il mio guardiano e tutti gli angeli sono spiriti serventi per tutte le mie necessità. Mio padre che è in cielo mi affida a loro affinché il mio piede non urti contro una pietra”. E, mentre io affermo questa fede il Padre, permette che io sia gettato in prigione, annegato o decapitato. Allora la fede vacilla, e nella mia debolezza io grido: “Sarà vero?”».

 

1.4. La lotta con l'angelo

Non era possibile ottenere una risposta a quella domanda soltanto osservando i bambini; perciò, era necessario riprendere la lotta con un incontro diretto. Se Lutero era inquieto per lo stato del mondo e della Chiesa, poteva rassicurarsi soltanto osservando che, in pratica, la situazione non era così negativa. Nonostante i numerosi giudizi pessimisti espressi negli ultimi anni della sua vita, poteva affermare: «Io non mi faccio un quadro oscuro della nostra Chiesa, ma piuttosto l’immagine di una Chiesa fiorente, fondata sulla dottrina pura e incorrotta, e che progredisce di giorno in giorno per merito dei suoi eccellenti servitori».

In altre occasioni, lo scoraggiamento lo riguardava più direttamente. Tornano alla mente i suoi sbalzi d’umore durante il soggiorno alla Wartburg, quando si chiedeva se fosse stato debole o vile. In questi casi, la risposta non poteva mai consistere nell’attribuirsi dei meriti personali da presentare dinanzi a Dio; e così sorgeva naturalmente, sempre rinnovata, la domanda: Dio mi farà grazia?

Ma quando si è assaliti da questo dubbio, dove rivolgersi? Lutero intendeva dire che non si sa mai con certezza dove rivolgersi, ma che vi è sempre una via possibile. Non ha senso, diceva, cercare un punto preciso di partenza per la sua teologia: egli parte da dove può. Cristo stesso gli appare sotto volti diversi: talvolta come il buon pastore, altre volte come un giudice implacabile.

Se Cristo gli appariva ostile, Lutero si rivolgeva direttamente a Dio, appellandosi al primo comandamento: «Io sono il Signore tuo Dio».

Questa dichiarazione è, allo stesso tempo, una promessa: e Dio – secondo Lutero – deve essere ricondotto alle sue promesse.

«In un caso simile dobbiamo dire: “Lasciamo perdere tutto ciò in cui abbiamo confidato finora. O Dio, tu solo puoi dare aiuto e conforto. Tu hai detto che mi avresti soccorso, e io credo alla tua Parola. O Dio mio e Signore mio, ho udito da Te una parola allegra e consolante, e mi afferro ad essa. So che non mi mentirai. Comunque Tu mi appaia, manterrai ciò che hai promesso – quello, e nient’altro”».

D’altra parte, se Dio si nasconde tra le nuvole tempestose che si raccolgono sulla vetta del Sinai, allora tu avvicinati alla mangiatoia: guarda il bambino Gesù che saltella in grembo a sua madre e riconosci in lui la speranza del mondo. Oppure, se Cristo e Dio appaiono egualmente inavvicinabili, alza lo sguardo al cielo e stupisciti dell’opera di Dio che sostiene il firmamento senza colonne; oppure prendi il più umile dei fiori, e nel più piccolo petalo scorgi l’opera del Creatore.

Tutti gli aiuti esterni della religione devono essere valorizzati. Lutero attribuiva grande importanza al proprio battesimo e, quando il diavolo lo assaliva, rispondeva con fermezza: «Sono battezzato».

Anche nei conflitti con i cattolici e con i radicali trovava rassicurazione nello stesso modo, facendo appello al proprio titolo di dottore in teologia, che gli conferiva autorità e il diritto di parlare.

 

1.5. La rocca della Scrittura

Ma sempre e soprattutto il grande aiuto oggettivo di Lutero era la Bibbia, poiché essa è il documento scritto della rivelazione di Dio in Cristo. «Il vero pellegrinaggio cristiano non conduce a Roma o a Compostela, ma ai Profeti, ai Salmi e agli Evangeli». La Scrittura aveva per lui un'importanza fondamentale, non tanto come testo da usare nella polemica antipapale, quanto come l’unico fondamento della sua certezza. Egli aveva respinto l’autorità dei papi e dei concili e non poteva affidarsi a una certezza interiore, come facevano i profeti della parola interiore. La sostanza del suo disaccordo con costoro stava proprio nel fatto che, nei momenti di abbattimento, egli non trovava in sé che fitte tenebre. Sarebbe stato completamente perduto, se non avesse potuto appoggiarsi a qualcosa di esterno: e lo trovò nella Scrittura.

Egli la trattava in un modo che a noi può sembrare acritico, ma non era un credulone. Nulla lo stupiva tanto nei racconti biblici quanto la fede dei personaggi: che Maria, cioè, desse credito all’annunzio dell’angelo Gabriele, che Giuseppe prestasse fede al sogno che placava i suoi sospetti, che i pastori credessero all’aprirsi dei cieli e al canto degli angeli, che i Magi fossero pronti ad andare a Betlemme sulla parola del profeta. Ci furono tre miracoli nel Natale: che Dio divenne uomo, che la Vergine concepì e che Maria credette; e il più grande dei tre è quest’ultimo. Quando i Magi d’Oriente, affidandosi al proprio giudizio, si recarono direttamente a Gerusalemme senza consultare la stella, Dio la ritirò dal cielo e li lasciò andare, perplessi, a informarsi presso Erode. Questi convocò i suoi sapienti, che indagarono nelle Scritture. Anche noi dobbiamo fare la stessa cosa, quando ci è tolta la stella.

Ma proprio qui si presenta il punto in cui facciamo fatica a seguire la guida di Lutero. Possiamo comprendere facilmente la descrizione che ci dà delle sue angosce, ma quando ci propone questa via per uscirne, restiamo perplessi: dobbiamo abbandonarlo, come un Virgilio in Purgatorio, e cercare qualcun altro che sia per noi la Beatrice che ci conduca in Paradiso?

Forse, in definitiva, può aiutarci una parola di Lutero, in cui dichiara che l’Evangelio non è tanto un miracolo quanto piuttosto qualcosa di stupefacente: «non miracula, sed mirabilia». Non c’è via migliore per provare questa meraviglia che lasciarsi guidare dallo stesso Lutero e permettere che dipinga per noi, con tutta la sua forza e acutezza, l’abbattimento spirituale dei personaggi biblici e il modo in cui seppero ritrovare la mano di Dio.

Come illustrazione possiamo prendere la sua narrazione del sacrificio di Isacco da parte di Abramo. A prescindere dal presupposto che Dio abbia comandato il sacrificio e che l’angelo sia intervenuto alla fine, tutto il resto è la descrizione di una lotta interiore che non è difficile interpretare come la storia del sorgere di un’intuizione o dello sviluppo di una rivelazione.

Ecco il modo in cui Lutero espone il racconto (Gen 22; cfr. anche 18,9ss):

«Dio disse ad Abramo di sacrificare il figlio che aveva avuto in modo miracoloso nella sua vecchiaia, la progenie attraverso la quale egli doveva diventare il padre di re e di una grande nazione. Abramo impallidì: non soltanto avrebbe perso suo figlio, ma Dio si sarebbe rivelato bugiardo. Egli aveva detto: “Isacco sarà la tua progenie”, e ora ordinava: “Uccidi Isacco”. Chi non odierebbe un Dio così crudele e pieno di contraddizioni? Quanto Abramo avrebbe desiderato poterne parlare con qualcuno! Non poteva dirlo a Sara? Ma sapeva benissimo che se ne avesse parlato con qualcuno, lo avrebbero dissuaso o impedito di eseguire l’ordine. Il luogo designato per il sacrificio, il monte di Moriah, era un po’ lontano: “E Abramo, levatosi la mattina di buon’ora, mise il basto al suo asino, prese con sé due dei suoi servitori e Isacco suo figlio, e spaccò della legna per l’olocausto”. Abramo non lasciò che altri mettesse il basto all’asino: egli stesso caricò la legna per il sacrificio, pensando tutto il tempo che quei ceppi avrebbero consumato suo figlio, la sua speranza di avere una discendenza. Proprio con quei pezzi di legno che stava raccogliendo, suo figlio sarebbe stato bruciato: non era meglio ripensarci? Non poteva parlarne con Sara? Con quante lacrime nel cuore stava soffrendo! Bardò l’asino ed era così assorto che quasi non si rendeva conto di quel che stava facendo. Prese con sé due servitori e Isacco, suo figlio; in quel momento tutto morì in lui: Sara, la sua famiglia, la sua casa, Isacco. Ecco che cosa significa sedere vestito di sacco nella cenere. Se avesse saputo che lo si voleva soltanto mettere alla prova, non sarebbe stata più una prova. Infatti, la natura delle nostre prove è tale che, finché durano, non possiamo vederne la fine. Poi, “il terzo giorno, Abramo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo”. Che lotta aveva sostenuto in quei tre giorni! Abramo lasciò i servi e l’asino, caricò la legna su Isacco e prese la torcia e il coltello dei sacrifici. Pensava tutto il tempo: “Isacco, se tu sapessi; se tua madre sapesse che sarai sacrificato...”. “Ed essi camminarono insieme”. Il mondo intero non sa quello che accadde allora. Camminarono insieme: chi? Il padre e il suo diletto figlio. Il figlio, senza sapere ciò che gli era riservato, ma pronto a obbedire; l’altro, con la certezza che avrebbe lasciato suo figlio in cenere. Allora Isacco disse: “Padre”. E quello: “Sì, figlio mio”. E Isacco: “Ecco il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello?”. Si rivolgeva al padre ed era preoccupato che qualcosa fosse stata dimenticata. Abramo rispose: “Figliuol mio, Dio provvederà l’agnello”. Quando giunsero al monte, Abramo costruì l’altare e dispose la legna. A quel punto fu obbligato a rivelare la verità a Isacco. Il ragazzo ne rimase costernato e deve aver protestato: “Hai dimenticato che io sono il figlio promesso a Sara, nato per un miracolo nella sua vecchiaia, e che attraverso di me dovrai diventare padre di una grande nazione?”. E Abramo deve aver risposto che Dio avrebbe mantenuto la sua promessa anche partendo da un mucchio di ceneri. Poi legò Isacco e lo pose sulla legna. Alzò il coltello, e il giovane scoprì la gola. Se Dio avesse dormito un solo minuto, il fanciullo sarebbe morto. Io non avrei potuto assistere. Non posso neppure seguirlo col pensiero. Il ragazzo era come una pecora al macello. Mai nella storia si è vista un’obbedienza così assoluta, salvo in Cristo. Ma Dio vigilava, e con Lui tutti gli angeli. Il padre alzò il coltello, il fanciullo non si mosse. L’angelo gridò: “Abramo! Abramo!”. Vedete come la divina maestà è vicina nell’ora della morte. Noi diciamo: “Nel mezzo della vita moriamo”; ma Dio risponde: “Al contrario, in mezzo alla morte voi vivete”».

Una volta, Lutero lesse questo racconto nel culto di famiglia. Quando ebbe finito, Käthe disse: «Non ci credo: Dio non avrebbe trattato così suo figlio». «Ma sì, Käthe – le rispose – lo ha fatto».

Ascoltiamolo ancora quando descrive la Passione di Cristo. La narrazione si svolge su un piano più umano. Ci viene ricordato che la morte di Cristo fu particolarmente terribile, trattandosi di un’esecuzione: morire in un momento preciso, con piena coscienza di ciò che accade. Nella vecchiaia, l’angelo della morte spesso attenua il fruscio delle sue ali e ci permette di trapassare in pace. Ma Gesù andò alla morte nel pieno possesso delle sue facoltà e soffrì più dei malfattori, che furono semplicemente crocifissi ma non oltraggiati. A Cristo furono rivolte parole di scherno: «Se sei Figlio di Dio, scendi dalla croce». Come a dire: «Dio è giusto e non permetterebbe che un innocente morisse in croce». Cristo, in quel momento, era semplicemente un uomo, e gli accadeva quel che succede a me quando il diavolo viene e dice: «Sei mio».

Dopo che Cristo fu oltraggiato, il sole si oscurò e la terra tremò. Se una coscienza inquieta sussulta a un fruscio di foglie, quanto più terribile dev’essere stato quando il sole perse il suo splendore e la terra fu scossa. Gesù Cristo fu spinto a gridare con disperazione. Quelle parole ci sono state tramandate nella lingua originale affinché possiamo sentirne l’estrema desolazione: «Eloì, Eloì, lamà sabactanì?» (Mc 15,34), «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Ma notate questo: la preghiera dell’uomo abbandonato cominciava con «Dio mio»: il grido di disperazione era anche una confessione di fede.

Che c’è di strano, allora, se proprio nell’anno del suo più profondo scoramento Lutero scrisse questi versi?

«Salda rocca è il nostro Dio, un buon riparo e scudo. Dal male e dalle insidie è lui che ci difende. L’antico avversario or trama sul serio; son armi sue truci, gran forza e molte astuzie: in terra niun l’eguaglia. Il nostro braccio è ormai stanco, ben presto è l’uom perduto. Ma ecco pugna al nostro fianco l’Eroe da Dio voluto. Chi è costui? È Cristo Gesù, Re delle milizie; nessun altro Dio esiste: egli rimane saldo. E fosse il mondo pieno di demòni pronti all’assalto, noi restiamo saldi e impavidi: la nostra sorte è certa. Frema pure il furibondo re di questo mondo: non ha alcun potere su noi; se tenta, è già giudicato: l’atterra una parola. Con scorno lasci il Verbo intatto quell’orda di demòni: a noi si è accostato Dio con i suoi doni sapienti. Onore, sposa e figli il diavolo si pigli, e fugga lontano: il suo guadagno è vano, ché il cielo ci rimane».

 

Seconda parte: La grandezza di Lutero.

Introduzione

Gli ultimi sedici anni della vita di Lutero, ossia quelli compresi tra la Confessione di Augusta (1530) e la sua morte (1546), sono trattati dalla maggior parte dei biografi in maniera molto più sommaria rispetto agli altri periodi della sua esistenza, quando non vengono addirittura omessi. Questa relativa negligenza si può in parte giustificare: l’ultimo quarto della sua vita non ebbe infatti un'importanza determinante nell’evoluzione delle sue idee, né fu decisivo per le sue azioni.

Il suo stesso verdetto, pronunciato nel 1531, è qualcosa di più di un’ironia truculenta: «Se i papisti, con il loro mordere, ferire e dilaniare, mi aiutano a uscire da questa carcassa piena di peccati, e se il Signore non vuole liberarmi questa volta come ha fatto tante volte in passato, sia Egli lodato e ringraziato. Ho vissuto abbastanza. Soltanto quando non ci sarò più, essi sentiranno tutto il peso di Lutero».

Aveva ragione: le sue idee erano mature, la sua Chiesa era organizzata, i suoi collaboratori erano in grado di proseguirne l’opera. In effetti, furono obbligati a farlo nella sfera della vita pubblica, poiché per tutto il resto dei suoi giorni egli rimase un fuorilegge, tanto per la Chiesa quanto per lo Stato.

 

2.1. La bigamia del langravio di Assia

L’allontanamento dalla vita pubblica irritò profondamente Lutero, anche perché le lotte e le fatiche degli anni più drammatici avevano compromesso la sua salute e lo avevano prematuramente ridotto a un vecchio irascibile, petulante, arcigno, insofferente e, talvolta, francamente grossolano. Questa è, senza dubbio, un’altra delle ragioni per cui i biografi preferiscono trattare con maggiore brevità questo periodo della sua vita.

Vi sono inoltre alcuni episodi su cui si preferirebbe stendere un velo; ma, proprio perché troppo spesso utilizzati per screditarlo, non possiamo tacerli. Il più noto è senza dubbio il suo atteggiamento nel caso della bigamia del langravio Filippo d’Assia. Questo principe, all’età di soli diciannove anni, era stato unito in matrimonio – senza alcuna considerazione per le sue inclinazioni personali, ma per ragioni puramente politiche – con la figlia del duca Giorgio. Incapace di unire amore e matrimonio, Filippo aveva cercato soddisfazione altrove. Dopo la sua conversione, fu colto da scrupoli di coscienza, al punto da astenersi dal ricevere la Santa Cena. Pensava che, se avesse trovato una compagna legata a lui da un autentico affetto, sarebbe stato capace di condurre una vita coniugale ordinata.

C’erano diversi modi per affrontare la questione. Se fosse rimasto cattolico, avrebbe potuto ottenere un annullamento sulla base di qualche vizio originario del matrimonio. Ma, essendo ormai diventato luterano, non poteva certo aspettarsi comprensione da parte del papa. D’altro canto, Lutero non avrebbe tollerato il ricorso a un artifizio giuridico di matrice cattolica.

Una seconda via sarebbe stata quella del divorzio e di un nuovo matrimonio. Molte Chiese protestanti contemporanee l’avrebbero giustificata, soprattutto considerando che a Filippo era stato imposto, in gioventù, un matrimonio senza amore. Ma Lutero, in questo caso, interpretava rigidamente l’Evangelo, attenendosi alla parola di Cristo, secondo quanto riportato da Matteo, per cui il divorzio è ammesso solo in caso di adulterio (Mt 19,9).

Tuttavia, Lutero era convinto che dovesse esistere una via d’uscita, e la trovò nel riferimento ai costumi dei patriarchi dell’Antico Testamento[1], i quali avevano praticato la bigamia e persino la poligamia, senza che Dio manifestasse esplicita disapprovazione. A Filippo fu dunque data l’assicurazione che poteva, in buona coscienza, prendere una seconda moglie. Poiché però ciò era contrario alle leggi del Paese, l’unione avrebbe dovuto rimanere segreta.

La madre della sposa, però, si oppose fermamente a questa condizione. Allora Lutero suggerì di smentire tutto, sostenendo che il suo consiglio era stato dato in forma confidenziale, come in confessionale, e che una menzogna finalizzata a preservare il segreto della confessione era giustificabile. Tuttavia, il segreto era ormai trapelato e la smentita non sortì alcun effetto. Il commento conclusivo di Lutero fu: «Che il diavolo trascini negli abissi dell’inferno chi, in futuro, vorrà praticare la bigamia».

Tutto l’episodio ebbe conseguenze politicamente disastrose per il movimento protestante, perché Filippo, per ottenere il perdono dell’imperatore, fu costretto a uscire dall’alleanza militare protestante. La scena in cui egli chiese umilmente venia a Sua Maestà imperiale ebbe un certo sapore ironico, considerando che Carlo V aveva lasciato figli illegittimi in ogni angolo d’Europa, poi regolarmente legittimati dal papa per poter accedere a cariche pubbliche.

La soluzione che Lutero diede a quel problema non può essere definita altrimenti che come un misero sotterfugio. Avrebbe dovuto, piuttosto, innanzitutto denunciare la cattiva prassi di ridurre il matrimonio a mero espediente politico; quindi, adottare la soluzione – elaborata più tardi in ambito protestante – del divorzio legittimo.

 

2.2. L’atteggiamento verso gli anabattisti

Un’altra caratteristica degli ultimi anni di Lutero fu il progressivo irrigidimento nei confronti di tutte le sette, e in particolare degli anabattisti. Il loro aumento rappresentava un serio problema per le Chiese territoriali, poiché, nonostante il decreto di morte emanato contro di loro dalla dieta di Spira del 1529 con l’approvazione degli evangelici, il coraggio e la condotta irreprensibile dei martiri anabattisti ottenevano così tanti convertiti da minacciare di svuotare le chiese ufficiali. Filippo d’Assia osservò che il miglioramento della condotta era più evidente tra i settari che tra i luterani; e un pastore luterano, pur scrivendo contro gli anabattisti, riconosceva che essi stavano insieme con i poveri, avevano un aspetto umile, pregavano molto, leggevano l’Evangelo, insistevano sulla condotta esteriore e sulle buone opere, sull’aiutare il prossimo, sul dare e prestare, sul tenere i beni in comune, sull’evitare imposizioni e sul vivere fraternamente. Era questa la gente che l’elettore Giovanni di Sassonia faceva giustiziare; ma ancora una volta, il sangue dei martiri si dimostrò seme della Chiesa.

Lutero era fortemente perplesso di fronte a tutta la questione. Nel 1527 scriveva a proposito degli anabattisti: «Non è giusto, e io ne sono profondamente turbato, che quella povera gente sia così miseramente messa a morte, bruciata ed uccisa crudelmente. Che ciascuno creda quel che vuole. Se sbaglia, sarà abbastanza punito nel fuoco infernale. Salvo in caso di sedizione, bisognerebbe affrontarli con la Scrittura e la Parola di Dio. Col fuoco non otterrete nulla».

Questo, evidentemente, non significa che Lutero pensasse che tutte le fedi si equivalgano: credeva con assoluta certezza che una fede errata conducesse alla dannazione e, sebbene la vera fede non potesse essere imposta, si poteva tuttavia rimuovere gli ostacoli alla sua diffusione. Le autorità, ad esempio, non dovevano tollerare la bestemmia. Nel 1530 Lutero opinava che due delitti dovessero essere puniti anche con la pena di morte: la sedizione e la bestemmia. In questo modo spostava l’attenzione dalla credenza errata alla sua manifestazione pubblica in atti e parole. Di fatto, però, la libertà non ci guadagnava molto, poiché Lutero interpretava l’astensione dalle funzioni pubbliche e dal servizio militare come sedizione, e il rifiuto di un solo articolo del Credo come una bestemmia.

In un memorandum del 1531, redatto da Melantone ma firmato anche da Lutero, il rigetto del ministero pastorale veniva considerato una bestemmia intollerabile e lo scioglimento della Chiesa una sedizione contro l’autorità ecclesiastica. In un altro memorandum del 1536, anch’esso di Melantone e sottoscritto da Lutero, la distinzione tra anabattisti pacifici e rivoluzionari veniva soppressa. Filippo d’Assia aveva chiesto consiglio a varie città e università circa l’atteggiamento da adottare verso trenta anabattisti detenuti. Si era rifiutato risolutamente di infliggere loro la pena di morte e aveva optato per la messa al bando, che però risultava inefficace, perché gli anabattisti, proclamando che la terra appartiene al Signore, rifiutavano di andarsene. Tra tutte le risposte ricevute, quelle dei luterani furono le più dure. Melantone sostenne che anche l’azione passiva degli anabattisti – il rifiuto delle autorità, dei giuramenti, della proprietà privata e dei matrimoni misti – minava l’ordine civile e doveva essere considerata sediziosa; che la protesta contro la punizione della bestemmia era essa stessa una bestemmia; che la sospensione del battesimo dei bambini avrebbe prodotto una società pagana; e che il separarsi dalla Chiesa per fondare sette era un oltraggio a Dio.

Forse Lutero non firmò quei documenti con piena convinzione; in ogni caso, aggiunse a ciascuno una postilla. A proposito del primo scrisse: «Sono d’accordo. Sebbene paia crudele punirli con la spada, è ancora più crudele che essi condannino il ministero della Parola, non abbiano una dottrina fondata, sopprimano quella vera e in tal modo cerchino di sovvertire l’ordinamento sociale». Nell’appendice al secondo documento raccomandava che la misericordia temperasse la severità. Dai suoi Discorsi conviviali si desume che, nel 1540, Lutero fosse tornato alla posizione di Filippo d’Assia, secondo cui solo gli anabattisti sediziosi dovevano essere giustiziati, mentre gli altri dovevano essere semplicemente banditi. Tuttavia, trascurò molte occasioni per dire una parola in difesa di coloro che affrontavano con gioia la morte, come pecore condotte al macello. È naturale pensare che avrebbe potuto commuoversi per il caso di Fritz Erbe, morto alla Wartburg dopo sedici anni di prigionia. Lutero avrebbe avuto motivo di riflettere sull’efficacia di tale severità, se avesse saputo che la costanza di Erbe aveva convertito all’anabattismo metà della popolazione di Eisenach.

Per comprendere la posizione di Lutero, bisogna tener conto del fatto che l’anabattismo non fu sempre socialmente innocuo. Egli firmò il memorandum che consigliava la pena di morte anche per gli anabattisti pacifici proprio nell’anno in cui un gruppo di loro aveva cessato di esserlo: esasperati da dieci anni di incessanti persecuzioni, nel 1534 alcune bande fanatiche ricevettero una «rivelazione del Signore» secondo cui non dovevano più comportarsi come pecore per il macello, ma come l’angelo con la falce pronto a mietere. Si impadronirono con la forza della città di Münster, in Vestfalia, instaurandovi il «regno dei santi» sognato da Thomas Münzer. Cattolici e protestanti si unirono per schiacciare questo regno dei nuovi Daniele ed Elia. L’avventura danneggiò in modo incalcolabile la reputazione degli anabattisti, che prima e dopo furono per lo più gente pacifica. Questo solo episodio di ribellione fu sufficiente a far temere che sotto vesti da pecora si celassero lupi da eliminare prima che gettassero la maschera.

Nel caso di Lutero, va ricordato che il capo degli anabattisti di Turingia era Melchior Rink, che aveva accompagnato Thomas Münzer nella battaglia di Frankenhausen. Ma, pur tenendo conto di tutte queste attenuanti, resta il fatto che il memorandum di Melantone giustificava la soppressione di uomini pacifici non perché potenzialmente rivoluzionari, ma perché, a suo avviso, anche una pacifica rinuncia al mondo era da considerarsi sediziosa.

Un’ultima considerazione va fatta sia per Lutero sia per Melantone: entrambi erano convinti, come la Chiesa dell’Inquisizione, che la verità divina potesse essere conosciuta e che, una volta conosciuta, imponesse all’umanità l’obbligo supremo di conservarla incontaminata. Gli anabattisti erano perciò considerati corruttori di anime; ed è quindi più degna di nota l’indulgenza di Lutero che la sua severità. Fino alla fine, egli insistette sul fatto che la fede non deve essere imposta, che in privato ciascuno può credere ciò che vuole, e che soltanto la rivolta aperta o l’attacco pubblico all’ortodossia debba essere punito. Sono sue stesse parole che solo la sedizione e la bestemmia, ma non l’eresia, debbano essere sottoposte a misure coercitive.

 

2.3. L’atteggiamento verso gli Ebrei

Un altro gruppo di dissidenti che attirò l’attenzione di Lutero fu quello degli Ebrei. In un primo momento, egli li considerava un popolo «dal collo duro» perché avevano rifiutato Cristo, ma riteneva che gli Ebrei del suo tempo non dovessero essere considerati responsabili delle colpe dei loro padri, e che il loro rifiuto del cristianesimo fosse in parte comprensibile a causa della corruzione del papato. Scrisse: «Se fossi Ebreo, preferirei subire dieci volte il supplizio della ruota piuttosto che accettare il papa. I papisti si sono comportati in modo tale che un buon cristiano preferirebbe essere un Ebreo piuttosto che uno di loro, ed un Ebreo preferirebbe essere una scrofa piuttosto che un cristiano. Che cosa possiamo fare di buono agli Ebrei quando usiamo loro violenza, parliamo male di loro e li trattiamo come cani? Quando impediamo loro di lavorare e li obblighiamo a diventare usurai, che bene facciamo loro? Nei loro confronti bisogna usare non la legge del papa, ma la legge d’amore di Cristo. Se alcuni sono “di collo duro”, che importa? Anche noi non siamo tutti buoni cristiani».

Lutero nutriva una certa fiducia che la sua riforma, eliminando gli abusi del papato, avrebbe condotto alla conversione degli Ebrei. Tuttavia, i convertiti furono pochi e spesso incerti. Quando cercò di convertire alcuni rabbini, questi, a loro volta, tentarono di convertirlo all’ebraismo. La voce secondo cui un ebreo sarebbe stato sobillato dai papisti per assassinarlo non fu ritenuta del tutto infondata. Negli ultimi anni della sua vita, spesso agitato da gravi inquietudini, Lutero venne a sapere che in Moravia alcuni cristiani si erano convertiti al giudaismo; reagì con un violento libello in cui proponeva la deportazione di tutti gli Ebrei in Palestina. In caso di insuccesso, chiedeva che fosse loro proibita l’usura, che venissero costretti a guadagnarsi da vivere lavorando la terra, che si bruciassero le sinagoghe e si confiscassero i loro libri, inclusa la Bibbia.

Si vorrebbe che fosse morto prima di scrivere tale opuscolo; tuttavia, è necessario comprendere con chiarezza cosa egli raccomandava e perché. Il suo atteggiamento era esclusivamente religioso e non razzista. Per Lutero, il peccato supremo era il persistente rifiuto della rivelazione di Dio in Cristo, e i secoli di sofferenze degli Ebrei costituivano, a suo avviso, segno dell’ira divina. Anche agli Ebrei avrebbe dovuto essere applicato il principio territoriale, e quindi essere ricondotti nel proprio paese: una sorta di sionismo obbligatorio. Poiché tale soluzione appariva irrealizzabile, Lutero proponeva che fossero costretti a vivere coltivando la terra — un ritorno, inconsapevolmente, alla condizione del primo Medioevo, quando gli Ebrei erano appunto agricoltori. Espulsi dalla terra, erano passati al commercio e, da lì, all’attività creditizia. Lutero voleva invertire questo processo e, senza rendersene conto, avrebbe potuto offrire loro una condizione più sicura rispetto a quella che godevano in quel tempo.

L’incendio delle sinagoghe e la confisca dei libri rappresentano un ritorno ai peggiori aspetti del programma di Johannes Pfefferkorn. Tuttavia, bisogna considerare che simili libelli non comparvero in Inghilterra, Francia e Spagna nel tempo di Lutero, semplicemente perché in quei paesi gli Ebrei erano già stati espulsi, mentre la Germania, disorganizzata anche in questo, li aveva cacciati da alcune città ma li tollerava in altre, come Francoforte e Worms.

Per ironia della sorte, Lutero si giustificava appellandosi all’ira di Dio che si accende contro coloro che si «prostituiscono» ad altri dei, e non avrebbe dato ascolto a chi avesse messo in discussione questa sua concezione di Dio. Avrebbe però potuto ricordare che la Scrittura stessa disapprova ogni tentativo umano di imitare l’ira divina.

 

2.4. Papisti e imperatore

Il terzo gruppo contro cui Lutero divenne sempre più aspro fu quello dei papisti. Le sue contumelie contro il papa divennero così virulente, forse perché ormai non gli restava altro da fare, dato che gli veniva negata una seconda udienza pubblica, simile a quella di Worms, in cui potesse fare una più ampia confessione di fede, e poiché il martirio, che era toccato ad altri, lo aveva risparmiato. Si sfogò sprizzando veleno. Proprio alla fine della sua vita pubblicò un opuscolo illustrato con caricature grossolanamente volgari. In questo fu davvero senza freni.

Ben diverso fu il suo atteggiamento verso l’imperatore, rispetto al quale nutrì la sua ultima grande illusione. Ancora nel 1531 lodava Carlo per la sua passata clemenza e non riusciva a persuadersi che l’imperatore avrebbe ceduto alle pressioni dei papisti. Ma se Carlo avesse preso le armi per soffocare l’Evangelo, allora i sudditi dovevano limitarsi al rifiuto di servire sotto le sue bandiere e lasciare, per il resto, la decisione al Signore, che aveva liberato Lot da Sodoma. Anche se Dio non fosse intervenuto per difendere i suoi, sarebbe stato comunque Dio, il Signore, e per nessun motivo i sudditi avrebbero dovuto prendere le armi contro le autorità costituite.

L’anno seguente, tuttavia, Lutero osservò che la parola usata da Paolo, ossia «autorità», è al plurale; dunque, se all’uomo comune è vietato impugnare la spada, che è affidata alle «autorità», un’autorità può legittimamente opporsi a un’altra, anche con l’uso della forza. In altre parole, un settore del governo può intervenire contro gli abusi di un altro settore. Il Sacro Romano Impero era una monarchia costituzionale, e l’imperatore, alla sua incoronazione, aveva giurato che nessun suddito tedesco sarebbe stato messo fuori legge senza prima essere ascoltato e giudicato. Sebbene questa clausola non fosse stata invocata per proteggere un monaco accusato di eresia, il caso era diverso quando si trattava di principi ed elettori. Se Carlo V veniva meno a quel giuramento, le autorità di grado inferiore potevano resistergli, anche con le armi.

Questa formula, suggerita a Lutero dai giuristi, ebbe grande diffusione: i luterani la usarono fino al riconoscimento legale nel 1555; poi fu ripresa dai calvinisti, che identificarono le autorità inferiori con la piccola nobiltà francese; infine dai puritani inglesi, che la equipararono al Parlamento. Sebbene gli storici moderni tendano a considerare il luteranesimo come politicamente remissivo e il calvinismo come intransigente, questa dottrina ha origine sul suolo luterano.

Tuttavia, essa non fu una scoperta di Lutero, che pur accettandone la validità, lo fece con tante riserve e limitazioni da non offrire mai la certezza che si fosse davvero nelle condizioni previste. Riteneva che si potesse resistere con la forza all’imperatore solo se questi avesse cercato di costringere i luterani ad assistere alla Messa, non nel semplice caso in cui ne avesse ripristinato l’uso. Questo Carlo V lo fece soltanto dopo la morte di Lutero, quando Filippo d’Assia fu catturato e costretto ad assistere alla celebrazione. Non sapremo mai se, in quel caso, Lutero avrebbe ritenuto giunto il momento per l’uso legittimo della spada. In ogni caso, egli era sempre pronto a disobbedire, ma profondamente contrario ad alzare la mano contro l’unto del Signore.

Tali furono le questioni che occuparono gli ultimi anni di Lutero, ma in nessuna di esse poté fare molto di più che redigere qualche memorandum. Dovette consacrare le sue fatiche a compiti più limitati, ai quali si dedicò con predilezione. «Una mucca – disse – non andrà in cielo perché dà del latte, eppure è fatta per quello»; e allo stesso modo avrebbe detto che Martin Lutero, con il suo ministero pastorale, non poteva determinare il destino dell’Europa, ma era fatto per quel ministero.

Si diede senza risparmio ai suoi doveri universitari e parrocchiali e, fino alla fine, predicò, tenne lezioni, si occupò della cura delle anime e scrisse. Per quanto l’altero atteggiamento di sfida dei primi anni fosse degenerato, trasformandosi nell’umore stizzoso di un uomo tormentato dalla malattia, dalla fatica e dallo scoraggiamento, in caso di vera necessità riacquistava il senso delle proporzioni e tornava sulla breccia. Gli ultimi avvenimenti della sua vita lo dimostrano: era così sconvolto dal disgusto per le scollature delle ragazze di Wittenberg che se ne andò di casa, dichiarando che non sarebbe più tornato. Fu riportato indietro dal suo medico. Poco dopo, giunse la richiesta dei conti di Mansfeld, che desideravano un mediatore per una disputa; Melantone era troppo malato per partire, Lutero troppo malato per continuare a vivere, ma andò, riconciliò i conti e morì sulla via del ritorno.

Sarebbe errato descrivere gli ultimi anni di Lutero come gli ultimi bagliori di un fuoco che si spegne. Se nei suoi opuscoli polemici fu talvolta feroce e plebeo, negli scritti che costituiscono il cuore della sua opera crebbe costantemente in maturità e capacità creativa. Fino all’ultimo perfezionò la sua traduzione della Bibbia; le sue prediche e i suoi commenti biblici raggiunsero altezze eccelse: l’esposizione del sacrificio di Isacco, da noi già citata, risale al 1545.

 

2.5. La grandezza di Lutero

Quando si vuole valutare la grandezza di Lutero, tre sfere in cui si estrinsecò la sua attività si presentano spontaneamente al pensiero.

La prima è la sua Germania. Egli si autodefinì profeta tedesco[2], dichiarando che qualcuno doveva assumere un titolo così altisonante di fronte agli "asini papistici", e si rivolse sempre ai suoi diletti tedeschi. Si è spesso affermato che nessuno abbia avuto un influsso così grande nel forgiare il carattere dei tedeschi: la loro indifferenza per la politica e il loro amore per la musica erano già presenti in lui; la loro lingua fu da lui modellata a tal punto che è difficile definire esattamente quanto gli si debba. Se si domanda a un tedesco se nella Bibbia di Lutero ci siano locuzioni strane, egli risponderà che quello è esattamente il modo in cui un tedesco si esprime; ma questo accade semplicemente perché in Germania tutti sono stati istruiti sulla sua versione.

La sua influenza sul suo popolo fu particolarmente forte nel campo della famiglia; si può anzi affermare che la famiglia sia stata l’unica sfera della vita su cui la Riforma abbia influito profondamente: l’economia prese la via del capitalismo e la politica quella dell’assolutismo, ma la vita familiare assunse quel carattere affettuoso e pio, patriarcale, che Lutero aveva stabilito come esempio nella sua casa.

Ma la traccia più profonda egli la lasciò nella religione del suo popolo: i suoi sermoni furono letti in chiesa, si cantò la sua liturgia, il catechismo fu insegnato dai padri di famiglia ai figli e alla servitù, la sua Bibbia incoraggiò i deboli e consolò i morenti. Nessun inglese occupa nella vita religiosa del suo popolo un posto simile a quello di Lutero per la Germania, perché nessun inglese ebbe la sua versatilità: la traduzione della Bibbia in inglese fu opera di Tyndale, la liturgia di Cranmer, il catechismo dei teologi di Westminster, l’oratoria sacra derivò da Latimer e l’innario da Watts; e tutti questi uomini non vissero nemmeno nello stesso secolo. Lutero compì l’opera di almeno cinque uomini; sotto l’aspetto della ricchezza del vocabolario, della freschezza del linguaggio e della perfezione dello stile, egli può essere paragonato soltanto a Shakespeare[3].

I tedeschi naturalmente pretendono che un tedesco così grande appartenga a loro, ma, se si comincia a passare in rassegna i secoli per trovare qualcuno che possa essergli paragonato, non si trova nessun figlio della Germania che abbia avuto la sua stessa statura. Uno storico di quel Paese ha affermato che, nel corso di tre secoli, un solo tedesco ha veramente capito Lutero: Johann Sebastian Bach[4]. Se si vuole trovare qualcuno che gli somigli come lottatore con Dio, bisogna cercare l’ebreo Paolo, il latino Agostino, il francese Pascal, il danese Kierkegaard, lo spagnolo Unamuno, il russo Dostoevskij, l’inglese Bunyan e l’americano Edwards.

Perciò, nella seconda grande sfera di attività di Lutero, quella della Chiesa, la sua influenza si estende molto al di là dei confini del suo Paese. Il luteranesimo ha conquistato interamente la Scandinavia, ha numerosi seguaci negli Stati Uniti e, oltre a ciò, ha contribuito a dare l’avvio o a formare le altre varietà di protestantesimo che, tutte, hanno in esso almeno in parte le loro radici. Quello che egli fece per il suo popolo, lo fece in una certa misura anche per gli altri: la sua traduzione della Bibbia, per esempio, influì sulla versione inglese[5], e la prefazione di Tyndale è tratta da lui. Parimenti, le sue riforme liturgiche esercitarono un’influenza sul Book of Common Prayer. Perfino la Chiesa cattolica gli deve molto: si è spesso affermato che, se Lutero non fosse apparso, avrebbe trionfato una riforma di tipo erasmiano o, per lo meno, una di ispirazione spagnola. Queste sono, naturalmente, solo congetture, ma è evidente che la Chiesa cattolica ha ricevuto dalla Riforma luterana una scossa tremenda e una spinta formidabile a riformarsi secondo la propria natura.

La terza sfera di attività di Lutero fu la più importante, e la sola che fosse veramente tale per lui: si tratta di quella religiosa, e in questo campo egli deve essere giudicato. In religione egli era un ebreo, non un greco che immaginasse dèi e dee intenti a sollazzarsi attorno a qualche limpida fonte o banchettanti sull’Olimpo. Il Dio di Lutero, come quello di Mosè, abita nelle nuvole tempestose o cavalca sulle ali del vento: al suo cenno trema la terra, e gli uomini sono davanti a Lui come una goccia in un secchio. Egli è un Dio maestoso e potente, insondabile, terribile, distruttore e consumante nella sua ira. Ma il Tremendissimo è anche il Misericordioso: «Come un padre è pietoso verso i suoi figli, così l’Eterno...» (Salmo 103,13). Ma come possiamo sapere che Egli è tale? Lo sappiamo in Cristo, e in Cristo soltanto: nel Signore della vita, nato nello squallore di una stalla e morto come un malfattore abbandonato e deriso dagli uomini, che invocava Dio ricevendone per risposta solo un terremoto e l’oscurarsi del sole, che era stato abbandonato anche da Dio, e che in quell’ora prendeva sopra di sé e annientava la nostra iniquità, sconfiggeva le schiere infernali e, in mezzo all’ira del Dio tremendo, rivelava quell’amore che non ci abbandonerà. Lutero non tremò più allo stormire di una foglia e, invece di invocare sant’Anna, si dichiarò pronto a ridere del tuono e di tutti i fulmini della tempesta. Ecco perché poté pronunciare quelle parole: «Qui sto saldo. Non posso fare altrimenti. Dio mi aiuti. Amen!».

 

 


Note

[1] La visione religiosa di Lutero, simile a quella veterotestamentaria, si contrappone all’immagine umanistica e razionale della divinità propria del Rinascimento greco.

[2] Lutero si definì 'profeta tedesco' in risposta alla sua opposizione al papato e per sottolineare il suo radicamento nazionale.

[3] La versione della Bibbia di Lutero (1534) ha avuto una profonda influenza sulla lingua tedesca, simile a quella di Shakespeare sull'inglese.

[4] Johann Sebastian Bach è considerato uno degli eredi spirituali e culturali più profondi di Lutero, come affermato da molti storici tedeschi.

[5] Il Book of Common Prayer fu influenzato dalle riforme liturgiche luterane, come testimoniato dallo studio dei parallelismi testuali.