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La cultura è una delle caratteristiche antropologiche che ha distinto gli esseri umani fin dalle sue origini.

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Presentazione del volume

Introduzione

 

Il testo che ci apprestiamo ad analizzare è stato scritto da Gustave Bardy, noto autore vissuto tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, grande studioso di patrologia, originario della Francia. Nel 1946, egli dedica uno dei suoi scritti al tema che prenderemo in esame: La conversione al cristianesimo nei primi secoli. Prima di descriverne la struttura, possiamo iniziare riportando l’incipit dell’opera, che offre anche il dato di partenza del ragionamento:

Nell’anno 29 o 30 della nostra era, in coincidenza con la Pasqua dei Giudei, tre croci furono innalzate alle porte di Gerusalemme. Su due di esse morirono dei criminali per diritto comune. La terza era stata invece riservata a un agitatore politico, stando almeno alla scritta che portava il nome del condannato e la motivazione del suo supplizio: «Gesù di Nazareth, re dei Giudei»” (pag. …).

Ecco dunque il dato fondante: vogliamo partire dalla morte storica di Cristo per arrivare allo sviluppo della Chiesa, frutto della conversione avvenuta nei primi secoli.

Il testo presenta una struttura argomentativa suddivisa in otto capitoli tematici, ciascuno dei quali affronta un aspetto specifico della conversione:

1. La conversione nel paganesimo greco-romano;

2. La conversione filosofica;

3. La conversione al giudaismo;

4. I motivi della conversione cristiana;

5. Le esigenze della conversione cristiana;

6. Gli ostacoli alla conversione cristiana;

7. I metodi della conversione cristiana;

8. L’apostasia.

Ci accingiamo ora a entrare nel vivo dell’opera, analizzando in sintesi ma con completezza tutti i capitoli che la compongono.

 

1. La conversione nel paganesimo greco-romano

Non si è mai visto, e nemmeno si è immaginato, un uomo rinunciare alla religione della sua città natale e dei suoi antenati, per darsi con tutto il cuore e in maniera esclusiva a una nuova religione” (pag. …).

Con queste parole Bardy apre il primo capitolo, che ruota attorno a un concetto essenziale: nel mondo antico, la religione era profondamente radicata nell’identità civica e familiare. Il cristianesimo, con la sua pretesa di esclusività e universalità, si inserisce in modo radicalmente nuovo nel contesto culturale greco-romano, dove il paganesimo era largamente diffuso.

In quell’epoca, la religione era spesso legata alla politica, tanto che l’imperatore stesso poteva essere divinizzato. La religione di Stato non era oggetto di scelta personale, bensì imposta a tutti i cittadini.

Celebre è il caso di Socrate che fu condannato a bere la cicuta con l’accusa di non credere agli dèi della città e di volerli sostituire con divinità nuove.

Ogni religione possiede una sua ritualità e un certo formalismo. Bardy, citando Cicerone, sostiene che l’etimologia del termine religio vada ricondotta al verbo relegere (“raccogliere”, “tenere insieme”).

Questa etimologia concorda molto bene con il carattere formalista della religione romana, nella quale formule e riti sono soggetti a regole minuziose” (pag. …).

Questa interpretazione ben si accorda con il carattere legalistico e minuziosamente rituale della religione romana, nella quale ogni cerimonia doveva essere osservata secondo regole precise.

Il paragrafo si conclude con un contrasto centrale tra religione pagana e cristianesimo:

Le formule, le cerimonie agiscono meccanicamente, a differenza dei sacramenti cristiani che suppongono sempre delle anime ben disposte e la cui grazia è resa inefficace dalla presenza di un obex, di un ostacolo di ordine morale. Ecco l’elemento decisivo. I misteri come i sacrifici o li altri atti del culto pagano non sono destinati a rinnovare gli spiriti e i cuori. Gli iniziati non sono dei convertiti. Sono soltanto degli uomini che conoscono dei segreti, che posseggono delle parole d’ordine per oltrepassare le barriere del mondo invisibile, che hanno contemplato spettacoli ineffabili. Essi sono liberati dalla costrizione delle potenze cattive e sono sicuri di trionfare sul destino. Non per questo cessano di restare dei poveri uomini, esposti alla tentazione e al peccato. Ma questo non li interessa” (pag. …).

Nel paganesimo, in particolare quello greco-romano, non esiste un ideale di “santità” nel senso cristiano, ovvero come perfezione morale e unione con Dio. La santità era piuttosto intesa come “purezza rituale”, come possiamo riscontrare anche nel Fedone di Platone.

Il caso di Lucio – protagonista dell’Asino d’oro di Apuleio – rappresenta un’interessante anticipazione di quella che sarà, in termini diversi, la conversione cristiana. Si tratta sì di un bellissimo romanzo, ma anche di un esempio letterario di un processo interiore di trasformazione spirituale.

Possiamo dunque concludere che questo primo capitolo ha la funzione di introdurci, sia storicamente sia religiosamente, in un mondo ancora privo della rivelazione cristiana.

 

2. La conversione filosofica

La filosofia che per noi è soltanto lo studio quasi sterile delle questioni metafisiche e morali, per un gran numero di anziani è una regola e un metodo di vita e occupa, ai loro occhi, il posto che adesso occupa la religione. Ci si converte alla filosofia come ci si converte al cristianesimo e questa conversione comporta, nello spirito e nel cuore di coloro che lo compiono, un rivolgimento dei valori e, al tempo stesso, l’inizio di una esistenza rinnovata” (pag. …).

Con queste parole Bardy introduce un aspetto decisivo: per molti antichi, la filosofia non era solo una disciplina teorica, ma un vero stile di vita, una “conversione” dell’anima. Tuttavia, quando afferma che la filosofia è “uno studio quasi sterile delle questioni metafisiche e morali”, l’autore sembra dimenticare l’importanza fondamentale della filosofia greca nella formazione del pensiero cristiano. Non ci sarebbe stato cristianesimo (perlomeno nella sua espressione teologica) senza la riflessione filosofica precedente.

Per secoli prima dell’era cristiana, i filosofi si sono interrogati su Dio, sul senso della vita, sul bene e sul male. Autori come Socrate, Platone e Aristotele – solo per citarne tre – hanno posto le basi della riflessione metafisica, morale ed escatologica.

Nel capitolo, Bardy passa in rassegna alcune delle principali scuole filosofiche dell’antichità. Parte da Pitagora, fondatore di una scuola nella Magna Grecia (l’attuale Calabria), a Crotone, per il quale il numero è principio ordinatore del cosmo. Prosegue poi con Socrate, figura esemplare di uomo giusto, spesso paragonato a Cristo per il suo rifiuto della violenza, per l’accettazione della condanna e per l’insegnamento orale affidato ai discepoli. Socrate, come Gesù, non ha lasciato scritti; saranno i suoi discepoli, in particolare Platone, a tramandarne il pensiero.

Una delle tappe più significative analizzate è lo stoicismo, soprattutto nella sua fase romana, con figure come Marco Aurelio e Seneca. Marco Aurelio vede nella filosofia uno strumento per prepararsi alla morte, mentre Seneca è più vicino alla sensibilità cristiana, cercando la divinità nella natura e nell’interiorità. Non è escluso, come suggerisce una tradizione apocrifa, che Seneca possa aver avuto contatti epistolari con san Paolo.

È con il neoplatonismo di Plotino, infine, che la filosofia greca giunge a un punto di contatto ancora più stretto con il cristianesimo. Plotino, pur non essendo cristiano, parla di un principio unico da cui tutto emana e al quale tutto tende a ritornare, anticipando alcune categorie teologiche cristiane. Tuttavia, come conclude Bardy, la filosofia da sola è “insufficiente”. Essa non riesce a colmare del tutto il bisogno di senso, di amore e di redenzione che l’uomo porta dentro di sé. Solo il cristianesimo, con il suo annuncio di grazia e salvezza, può rispondere pienamente ai “perché” ultimi dell’esistenza.

 

3. La conversione al giudaismo

Tra le religioni conosciute dall’antichità, ce n’è una che si distingue da tutte le altre per le sue speciali caratteristiche: il giudaismo” (pag. …).

Questo terzo capitolo è fondamentale, poiché introduce la cornice storico-religiosa della Palestina al tempo di Gesù.

I Giudei erano infatti l’unico popolo all’interno dell’Impero romano autorizzato a praticare un culto diverso da quello ufficiale. La loro fedeltà incrollabile alla propria tradizione religiosa aveva indotto Roma a concedere un’eccezione.

Una delle peculiarità del giudaismo era il riposo sabbatico, che influenzò anche alcuni pagani affascinati dalla religione ebraica. Ma ciò che maggiormente distingueva gli ebrei dagli altri popoli era il monoteismo: adoravano un unico Dio, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio di Mosè, in un mondo prevalentemente politeista.

All’interno dell’impero capitava che alcuni pagani si avvicinassero alla religione ebraica.

Questi simpatizzanti venivano chiamati tementi Dio (theosebeis), e, pur non essendo ancora pienamente membri della comunità, osservavano alcuni precetti ebraici. Venivano anche detti proseliti, ossia “vicini”, in attesa di essere ammessi del tutto al popolo d’Israele.

Il passo definitivo nella conversione era la circoncisione, che però rappresentava per molti un ostacolo culturale insormontabile. Come afferma Bardy, si può essere ebrei senza offrire sacrifici, ma non senza essere circoncisi. Il paragone con il cristianesimo è suggestivo: si può essere cristiani anche con limiti nell’osservanza morale, ma non senza essere battezzati.

Tuttavia, il convertito non veniva considerato sullo stesso piano dell’ebreo di nascita: era tenuto a rispettare la legge, ma non godeva degli stessi diritti spirituali, come la partecipazione all’alleanza e all’“elezione divina”.

Questo capitolo ci mostra come il giudaismo, pur nella sua chiusura identitaria, rappresenti una delle radici teologiche e culturali del cristianesimo, sia per continuità sia per contrasto.

 

4. I motivi della conversione cristiana

Il mondo greco-romano non si è convertito a nessuna delle religioni orientali che, a turno o simultaneamente, hanno sollecitato la sua adesione; non si è convertito alla filosofia, malgrado la predicazione e gli esempi degli stoici e dei cinici; non si è convertito al giudaismo, nonostante la propaganda della legge mosaica; ma si è convertito al cristianesimo” (pag. …).

Con questa affermazione Bardy apre il quarto capitolo, ponendo subito una domanda cruciale: perché il cristianesimo è riuscito là dove tutte le altre proposte religiose o filosofiche hanno fallito?

Il cristianesimo ha offerto agli uomini qualcosa che gli altri non riuscivano a comunicare: la possibilità di una vita trasformata, redenta e liberata. Se oggi assistiamo a un calo delle adesioni alla fede cristiana, è lecito domandarsi se non sia stato smarrito il suo nucleo più autentico: l’amore.

È proprio a questo che Benedetto XVI ha voluto tornare con la sua prima enciclica Deus caritas est, riproponendo il cristianesimo come esperienza di amore ricevuto e donato.

Nei primi secoli, le conversioni avvenivano spesso per attrazione, suscitata dalla testimonianza di vita dei cristiani. Due figure emblematiche di convertiti sono Paolo di Tarso e Agostino d’Ippona. Entrambi raccontano la loro esperienza in testi di grande profondità spirituale: le Lettere per Paolo, e le Confessioni per Agostino. In essi si avverte il desiderio insaziabile di verità, la sete di una risposta alle grandi domande dell’esistenza.

Questa tensione verso la verità ha generato anche lo sviluppo della teologia, che nei secoli successivi si è strutturata come scienza rigorosa. Bardy accenna brevemente a Clemente Alessandrino, Giustino, Taziano, tra gli altri, come testimoni del pensiero cristiano delle origini.

Curiosamente, i primi convertiti non ci hanno lasciato testimonianze dirette e personali della loro conversione. Questo silenzio può essere dovuto a diversi fattori: la scarsa alfabetizzazione, la persecuzione o semplicemente la priorità data alla vita nuova rispetto al racconto biografico.

Il cristianesimo si diffonde con maggiore slancio nel momento in cui si comprende che il Dio cristiano è un Dio che libera, ama e perdona. Il suo annuncio non è una legge da osservare, ma una grazia da accogliere. La conversione nasce proprio da questa novità: vivere l’amore nella libertà.

Cristo è il liberatore dalla schiavitù della legge e del peccato. È colui che inaugura la vita nuova.

La testimonianza degli altri – e in particolare quella dei martiri – gioca un ruolo determinante nel suscitare il desiderio di conversione.

Infine, Bardy sottolinea l'importanza dei miracoli, che in epoca apostolica e post-apostolica hanno avuto una funzione apologetica: “perché crediate”.

Oggi, anche se si assiste a un minor numero di eventi straordinari, la qualità e la profondità della fede sono chiamate a esprimersi in forme nuove, forse più interiori.

 

5. Le esigenze della conversione cristiana

Ricevendo il battesimo, i convertiti sanno perfettamente a cosa si impegnano. Essi sottoscrivono precise esigenze che si riferiscono essenzialmente ai seguenti punti: rinuncia assoluta e definitiva del passato, adesione a dogmi misteriosi, pratica di una morale austera ed esente dal peccato” (pag. …).

In questa frase Bardy riassume con chiarezza le esigenze fondamentali della vita cristiana. La vera conversione implica tre atti decisivi: rinunciare al passato, aderire alla verità della fede e vivere una morale rinnovata.

San Paolo lo aveva espresso con grande forza: il battezzato è morto al peccato ed è risorto con Cristo. Egli è una creatura nuova, chiamata a vivere nella libertà dei figli di Dio.

Naturalmente, questa adesione non era priva di difficoltà. I cristiani dei primi secoli provenivano da culture, lingue e mentalità diverse. I dogmi cristiani, in via di elaborazione, non erano sempre immediatamente comprensibili, ma venivano accettati nella fede, come verità rivelate.

Le difficoltà maggiori riguardavano i misteri centrali del cristianesimo: la creazione, l’incarnazione, la morte e la resurrezione del Figlio di Dio.

La rinuncia al peccato, che il battesimo esige, è presentata da Bardy come un’“esigenza d’amore”. Il cristianesimo, infatti, non è una morale fredda e legalistica, ma una chiamata alla comunione con Dio attraverso l’amore. Anche qui, si può tornare all’enciclica Deus caritas est, dove si ribadisce che l’uomo è stato creato per amare ed essere amato.

La conversione cristiana è un processo profondo e radicale, che coinvolge l’intera persona. Essa è orientata verso una vita nuova, in cui l’amore per Cristo diventa criterio di ogni scelta.

 

6. Gli ostacoli alla conversione cristiana

La conversione cristiana si scontra, sia da parte della famiglia che della società intera, con ostacoli tali che, per essere superati, esigono che si accetti di vivere in un mondo nuovo e di essere messi fuori legge da questo mondo” (pag. …).

Bardy introduce in questo capitolo un aspetto fondamentale: la conversione al cristianesimo, nei primi secoli, implicava spesso un netto distacco dalla famiglia, dalla cultura dominante e dal contesto sociale. Le parole di Gesù nel Vangelo trovano qui pieno riscontro: “Sono venuto a portare divisione... padre contro figlio, madre contro figlia”. Non si trattava di una rottura teorica, ma di una realtà concretissima, vissuta all’interno delle famiglie romane.

Molti convertiti, infatti, provenivano da ambienti nobili o politicamente influenti, e si scontravano con altri membri della famiglia legati alla religione tradizionale o all’impegno nella vita pubblica, in cui era previsto il culto all’imperatore.

Molte polemiche nascevano dall'accusa secondo cui i cristiani sarebbero privi di una base storica, come se fossero “spuntati dal nulla”, quasi fossero funghi, a differenza di altre religioni, come il giudaismo, che affondano le proprie radici in una storia antica e documentata. Inoltre, per essere cristiani è necessario liberarsi da tutti quei vincoli che ostacolano la sequela  Christi: legami affettivi, sociali o ideologici che impediscono una piena adesione al Vangelo. Questi ostacoli vanno tagliati con decisione.

Un esempio eloquente è quello di santa Perpetua, che preferì affrontare il martirio piuttosto che rinnegare Cristo. Ma si tratta solo di un caso tra i tanti. Neppure Bardy riesce a citarli tutti, perché i martiri dei primi secoli furono così numerosi che molti di loro restano tutt’oggi anonimi, nonostante le numerose testimonianze pervenute.

Inizialmente, i cristiani venivano considerati responsabili di catastrofi, portatori di sciagure, come la peste e altri disastri. Per questi motivi furono emarginati dalla società in cui vivevano. Fino all’editto di Milano (313 d.C.), furono spesso ridicolizzati, derisi e accusati, poiché la cultura dominante era ostile al cristianesimo. Questa ostilità generava difficoltà anche per coloro che iniziavano ad aprirsi alla fede cristiana e consideravano la conversione.

Da alcune testimonianze lasciateci da Tertulliano e Ippolito, apprendiamo che il cristiano convertito conduceva uno stile di vita radicalmente diverso da quello comune: non assisteva agli spettacoli pubblici, non prestava servizio militare e, fatto significativo, si rifiutava di giurare fedeltà all’imperatore. In sintesi, evitava ogni comportamento contrario alla sua fede e alla morale cristiana.

Infine, nei secoli successivi si assiste a una svolta: pur non approvando pienamente la vita militare, la Chiesa comincia a considerare una forma di tolleranza, affinché il cristiano, pur conservando i propri principi, possa svolgere una funzione sociale, civile o anche militare. In questo modo, ai convertiti viene concesso di vivere inseriti nella società come cittadini comuni, pur restando sempre chiamati a testimoniare, anche fino al martirio, la propria fede cristiana.

 

7. I metodi della conversione cristiana

Quali metodi sono stati impiegati per assicurarsi il successo presso le anime? Con quali mezzi è stato operato un numero così grande di conversione, per cui Tertulliano poteva affermare, non senza esagerazione verso la fine del II secolo, che il cristianesimo era dappertutto e riempiva tutto? A dire il vero, si prova un po’ di imbarazzo nel porre simili questioni” (pag. ...).

Il settimo capitolo si interroga sui “metodi” usati per diffondere il cristianesimo nei primi secoli. È una domanda difficile, ammette lo stesso Bardy, perché la conversione è anzitutto opera della grazia di Dio. Ma la grazia agisce nella libertà e attraverso strumenti umani.

Il primo e più importante di questi strumenti è l’amore. La “novità” cristiana è proprio questa: annunciare un Dio che ama e che invita a vivere nell’amore. Non a caso Benedetto XVI, nella Deus caritas est, ha rilanciato con forza questo aspetto come cuore del messaggio cristiano.

La grazia divina trova terreno fertile nei cuori semplici. Come osserva Bardy, i poveri hanno meno resistenze interiori rispetto ai ricchi o ai colti. Ma ciò non significa che la conversione sia preclusa agli intellettuali: anche loro, anzi, furono protagonisti attivi nella diffusione della fede.

I primi annunciatori del Vangelo si rivolgevano a tutti, senza distinzione. Le predicazioni pubbliche, dapprima semplici e accessibili, si arricchirono poi di contenuti più elaborati per rispondere alle esigenze di chi cercava una comprensione più profonda. In particolare, con i Giudei si intrattenevano dialoghi teologici, cercando di dimostrare il compimento delle Scritture in Cristo. Questo dialogo dura ancora oggi.

Cominciano a diffondersi le prime predicazioni cristiane, rivolte inizialmente a tutti in modo aperto e diretto, senza alcun intento di nascondere o attenuare il contenuto del messaggio. Successivamente, però, alcune questioni più complesse iniziano a essere presentate in forma più velata o riservata, specialmente davanti a coloro che non erano ancora battezzati.

I veri portatori di questo nuovo messaggio, come abbiamo visto, sono in gran parte persone semplici e povere. Ma tra i seminatori del Vangelo ci sono anche i martiri, testimoni straordinari della fede, che la proclamano attraverso l’effusione del proprio sangue. A questo proposito, si racconta un aneddoto significativo: un imperatore chiese, stupito, come fosse possibile che più cristiani venivano uccisi, più persone si convertissero. Non comprendeva come le persecuzioni, invece di spegnere la nuova fede, la alimentassero. Gli fu risposto che il sangue dei martiri è seme della Chiesa.

Questo episodio ci aiuta a comprendere come sia stata possibile la rapida diffusione del cristianesimo nei primi secoli. Ed è proprio questo il cuore del testo di Bardy: l’amore porta al martirio, e il martirio genera conversione.

Oggi sono poche le persone che si convertono grazie alla testimonianza diretta dei cristiani. Ma il problema è più profondo e si può riassumere in una domanda essenziale: chi è veramente cristiano oggi? O, più semplicemente: chi può davvero definirsi cristiano?

Tornando al nostro tema, abbiamo già detto che i principali diffusori del cristianesimo furono i poveri. Tuttavia, un ruolo fondamentale fu svolto anche dagli intellettuali e dai dotti, i quali fondarono vere e proprie scuole di pensiero e si dedicarono all’insegnamento della catechesi. Un esempio significativo è il Didaskaleion di Alessandria, fondato da Panteno. In questo contesto si distingue la figura di Origene, autore complesso ma fondamentale per la formazione della teologia cristiana delle origini.

Accanto a questi, troviamo gli apologisti, che difesero il cristianesimo con l’arte dell’oratoria e della retorica. Le loro opere, spesso di grande impegno intellettuale, ci offrono testimonianze preziose sulla vita della Chiesa primitiva e sulle sfide che essa affrontava.

Nei primi secoli non esistevano ancora luoghi di culto propri: le celebrazioni avvenivano in ambienti domestici o privati. Le prime chiese iniziarono a comparire solo attorno al III secolo. Inizialmente le liturgie si svolgevano con grande semplicità ed essenzialità; solo in seguito si svilupparono forme rituali più strutturate e un vero e proprio culto pubblico.

A partire dal IV secolo, cominciò anche a diffondersi la musica sacra come parte integrante della liturgia cristiana.

In conclusione, possiamo affermare che tutti gli elementi fin qui esaminati – che Bardy presenta in modo dettagliato nel suo testo – hanno contribuito a una trasformazione profonda del mondo greco-romano. In meno di tre secoli, il cristianesimo divenne una realtà culturale e spirituale capace di ridefinire le coordinate religiose di un’intera civiltà.

 

8. L’apostasia

È bello lasciare l’errore per la verità, riconosciuta a volte dopo lunghi sforzi, rompere coraggiosamente con il proprio passato per aderire ad una nuova società migliore e più aperta” (pag. ...).

Questa frase, che può essere letta come una definizione positiva di “conversione”, contiene però in filigrana il suo contrario: l’apostasia. Per potersi convertire, infatti, è necessario prima discernere il vero dal falso, il bene dal male. Questo processo esige l’ascolto della coscienza, che guida l’uomo alla verità. Per il cristiano, questa verità è una persona: Cristo Gesù, che ha amato gli uomini fino alla morte di croce.

L’apostata, invece, è colui che abbandona volontariamente la propria fede. Nei primi secoli del cristianesimo, l’apostasia era considerata un peccato gravissimo, talvolta ritenuto addirittura imperdonabile. Questo rappresenta una delle prime tensioni interne del cristianesimo: da un lato l’annuncio dell’amore e del perdono, dall’altro l’apparente durezza verso chi rinnega la fede.

Un esempio simbolico è quello di Giuda Iscariota, l’apostolo che ha tradito Cristo. Ma nei primi secoli ci furono anche molte apostasie causate da dottrine deviate, da predicazioni scorrette, da testimonianze incoerenti. In un’epoca in cui la teologia era ancora in fase di definizione, le opinioni personali dei filosofi cristiani e dei maestri spirituali potevano generare confusione e divisione. Si insegnavano dottrine diverse, spesso contrastanti tra loro, che generavano grandi difficoltà e divisioni all’interno della comunità cristiana. Fortunatamente, nel corso della storia, sono stati celebrati dei concili che, pur tra molte fatiche, hanno cercato di portare chiarezza e riconciliazione nelle dispute nate tra le grandi menti del tempo.

Molti convertiti, incapaci di perseverare nella fede, finivano per cambiare religione e venivano definiti apostati. Altri, non riuscendo a essere fedeli agli impegni cristiani, tornavano al paganesimo: anche questi erano considerati apostati.

Nel corso del II secolo si diffusero numerose dottrine, tra cui alcune ortodosse e altre eretiche. Secondo Tertulliano, le eresie erano spesso frutto dell’ambizione personale, del desiderio di primeggiare, o della debolezza della fede. Colpivano soprattutto i più semplici e ingenui. Un altro fattore che contribuì all’apostasia fu il martirio: durante le grandi persecuzioni, molti abbandonarono la fede per timore della morte. Questo fenomeno si protrasse fino alla conversione dell’imperatore Costantino, che concesse la libertà di culto ai cristiani.

Fino al 250 d.C. non si erano verificate apostasie di massa. Ma in quell’anno, sotto la pressione della persecuzione, molte comunità ecclesiali cedettero, causando numerose defezioni.

Il periodo di pace che separava una persecuzione dall’altra vedeva crescere numericamente il numero dei cristiani, ma portava anche a un abbassamento del livello morale della comunità.

Molti casi di apostasia furono “ragionati”: spesso erano i dotti e gli intellettuali a percorrere questa strada, per evitare la condanna a morte. Un esempio emblematico è quello dell’imperatore Giuliano, detto “l’Apostata”. La sua non fu un’apostasia dovuta a pressioni esterne o crisi intellettuali, ma una scelta consapevole: Giuliano abbandonò la fede cristiana non per motivi teorici, ma perché dichiaratamente non amava il Dio cristiano. Preferiva gli dèi del paganesimo, nelle cui leggende trovava una spiegazione affascinante del mondo, e nei cui riti misterici vedeva la promessa di salvezza.

Anche a proposito dell’apostasia, non possiamo che tornare al messaggio dell’enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI, dove si ricorda che l’amore per Cristo deve andare oltre ogni difficoltà, ogni delusione e ogni paura.

 

Conclusione

Concludo ringraziando Gustave Bardy per il prezioso lavoro che ha compiuto. Sebbene non abbia potuto trattare ogni aspetto ed episodio dei primi secoli del cristianesimo, è consapevole che un’opera del genere richiederebbe ben più delle circa 350 pagine del suo libro: ci vorrebbe un’intera enciclopedia.

Nel presente lavoro, alcuni temi sono stati solo accennati o tralasciati, si è cercato di offrire un quadro sintetico e introduttivo dell’opera, soffermandosi sugli episodi e i concetti che hanno particolare rilievo.

L’augurio è che ci sia un ritorno alle origini del cristianesimo, non per nostalgia, ma per riscoprire le nostre radici storiche, culturali e spirituali.

Essere cristiani è bello, perché si impara ad amare scoprendosi amati.