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1. Introduzione

Tutta la regione posta a destra del Tevere, dal ponte Milvio in giù, era detta dagli antichi Vaticanum o Ager Vaticanus. In essa si distinguevano la parte collinosa, con il nome di Ianiculum e Montes Vaticani, e quella in piano, detta Campus Vaticanus. Gran parte di questo territorio fu compresa da Augusto nella sua Regio XIV, della quale non sono ben noti i confini.

Una porzione rilevante di questa regione subì, fin dal primo secolo dell’Impero Romano, una profonda trasformazione. Ricca di banchi di argilla e sabbia, venne sfruttata intensamente per la fabbricazione di mattoni, tegole e vasellame vario, tanto da cambiarne radicalmente l’aspetto. L’altra parte, quella della valle, era invece piena di acquitrini infestati da bisce, mentre il terreno collinoso produceva un vino di qualità molto scadente.

Agrippina, madre di Caligola, vi piantò grandi giardini che si estendevano tra l’odierno colle Vaticano e il Gianicolo, arrivando fino al Tevere mediante un porticato. Il figlio vi costruì il famoso circus clausus in valle Vaticana, per le corse dei carri, e vi fece erigere l’obelisco portato dall’Egitto, che oggi si trova in piazza San Pietro. L’opera fu completata da Nerone: da qui l’origine del nome Circo di Gaio e di Nerone. Proprio in questi giardini avvenne, nel 64 d.C., il crudele supplizio di una moltitudine di cristiani, sui quali l’imperatore cercò di rovesciare la colpa dell’incendio della città[1].

Fino alla costruzione del ponte Elio (134 d.C.), questa zona era collegata alla regione del Circo Flaminio unicamente mediante un ponte, i cui ruderi sono ancora visibili nei periodi di magra del Tevere, in direzione dell’attuale Ospedale di Santo Spirito: il pons Neronianus. Al di là di questo ponte, e successivamente di quello Elio, si diramavano almeno tre strade per la regione vaticana, delle quali, sebbene siano certi i nomi e l’esistenza, restano incerte l’origine e il percorso.

Bisogna distinguere due periodi in questo sistema stradale: quello anteriore alla basilica costantiniana e quello posteriore. Le vie risalenti all’età romana sono l’Aurelia Nova, la Cornelia e la Triunfalis.

Circa nel 333, nella sua opera Teofania, lo storico cristiano Eusebio, vescovo di Cesarea, scriveva di Pietro:

«…fu conosciuto in tutto il mondo sino ai paesi dell’Occidente, e il suo ricordo è finora, presso i Romani, più vivo del ricordo di tutti quelli che vissero prima di lui; tanto che gli fu dato l’onore di uno splendido sepolcro davanti alla città, un sepolcro al quale accorrono, come a un grande santuario e tempio di Dio, innumerevoli schiere da ogni parte dell’Impero romano»[2].

Nel 333, infatti, esisteva già sul colle Vaticano il monumento in cui l’imperatore Costantino aveva racchiuso, quasi venti anni prima, l’edicola esistente sulla tomba dell’Apostolo. Su di esso si innalzava già – sebbene non ancora terminata – la basilica con la quale lo stesso imperatore aveva voluto glorificare il primo Vicario di Cristo.

 

1.1. La testimonianza degli antichi autori

Roma fu il luogo del martirio di Pietro. Questa è l’informazione ripetuta concordemente da molti autori antichi; nessun autore, invece, afferma che egli subì il martirio altrove.

Per quanto riguarda la venuta e il soggiorno di Pietro nell’Urbe, va osservato che Paolo, in tutti i suoi scritti (Romani, Colossesi e Timoteo), non menziona mai la presenza di Pietro a Roma: non lo cita nei saluti e non lo nomina nei contenuti. Da questo, alcuni studiosi hanno dedotto che, almeno in quelle tre occasioni, Pietro non fosse a Roma. Tuttavia, è possibile che il nome di Pietro sia stato taciuto appositamente, per ragioni di prudenza o per altri motivi a noi ignoti. Inoltre, non è da escludere che, quando Paolo allude nell’epistola ai Romani (Rm 15,20) all’opera di apostolato cristiano già svolta in quella città “da altri”, abbia in mente proprio Pietro. Una notizia esplicita e chiara sulla venuta di Pietro a Roma non risulta nemmeno dagli Atti degli Apostoli.

Chiarissima, invece, è la testimonianza di un soggiorno di Pietro a Roma nella Prima epistola (certamente autentica) attribuita allo stesso San Pietro. Scritta, a quanto pare, nel 64, alle comunità cristiane dell’Asia Minore, l’Apostolo rivolge ai suoi fedeli le seguenti parole:

“Vi saluta la comunità degli eletti in Babilonia e Marco, il figlio mio” (1Pt 5,13).

Ma di quale Babilonia si tratta? È ben noto che nei primi secoli del Cristianesimo era diffusa l’usanza di applicare a Roma il nome di Babilonia. Gli ebrei avevano attribuito a Roma questo nome carico di significato: Babilonia era la città che aveva causato le sofferenze dei loro antenati, così come ora essi soffrivano a causa di Roma. Era la città iniqua e corrotta, così come appariva loro la Roma imperiale; ed era stata distrutta, divenendo il simbolo del potere umano crollato nella polvere. Lo stesso destino essi auguravano a Roma — e, in effetti, non passerà molto tempo prima che ciò accada (476: caduta dell’Impero Romano).

Per quanto riguarda il martirio di Pietro, abbiamo notizie sicurissime. Nel Vangelo di Giovanni si legge la frase che Cristo avrebbe rivolto a Pietro dopo averlo esortato a pascere i suoi agnelli:

“«In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane, ti cingevi da solo la veste e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, tenderai le mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi»” (Gv 21,18-19).

L’espressione tendere le mani significava, al tempo di Giovanni, morire sulla croce. Del resto, l’invito seguimi, rivolto da Cristo a Pietro dopo la predizione del martirio, è sufficientemente eloquente. Nei suddetti passi del Nuovo Testamento si allude chiaramente al martirio di Pietro, senza però indicarne il luogo.

Vi sono, tuttavia, altri documenti da cui risulta con chiarezza che il martirio avvenne proprio a Roma. Citiamo due testi redatti poco dopo la morte di Pietro:

  • Clemente Romano, nella Prima lettera ai Corinzi, scrive:

«Ma lasciando gli esempi antichi, veniamo agli atleti vicini a noi e prendiamo gli esempi validi della nostra epoca. Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. Prendiamo i buoni apostoli. Pietro, per l’ingiusta invidia, non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così, con il martirio, raggiunse il posto della gloria. Per invidia e discordia, Paolo mostrò il premio della pazienza: per sette volte incatenato, esiliato, lapidato, fattosi araldo in Oriente e in Occidente, ottenne la nobile fama della fede. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’Occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza. A questi uomini, che vissero santamente, si aggiunse una grande schiera di eletti, i quali, soffrendo per invidia molti oltraggi e torture, furono un bellissimo esempio per noi. Per gelosia furono perseguitate anche donne, giovanette e fanciulle, che soffrirono oltraggi terribili ed empi per la fede. Affrontarono una corsa sicura ed ebbero una ricompensa generosa, esse, deboli nel fisico»[3].

È certo che san Clemente si riferisce alle vittime della persecuzione di Nerone. Lo dimostra chiaramente il confronto con un celebre passo degli Annales (XV, 44) di Tacito, dove lo storico romano rievoca le tragiche vicende dell’incendio di Roma (19 luglio 64) e della successiva persecuzione dei cristiani, colpevolizzati da Nerone per distogliere da sé ogni sospetto. Tacito, nel descrivere la moltitudine di cristiani imprigionati e martirizzati, con tormenti più crudeli durante gli orribili spettacoli, nei giardini del Vaticano e nel circo, usa espressioni che corrispondono in modo sorprendente alle parole greche dell’epistola clementina. Se, dunque, Clemente associa il ricordo di Pietro e Paolo a quello dei martiri della persecuzione neroniana, ciò significa con ogni probabilità che entrambi gli Apostoli furono vittime di quella stessa persecuzione.

  • Ignazio di Antiochia, vescovo di Antiochia nella Siria (durante il regno dell’imperatore Traiano, e precisamente nel 107, era stato condannato ad una morte orribile: essere esposto alle fiere nel circo, ab bestias, come si diceva allora) nella Lettera ai Romani testimonia:

«Scrivo a tutte le Chiese e annuncio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite. Vi prego di non avere per me una benevolenza inopportuna. Lasciate che sia pasto delle belve, per mezzo delle quali mi sarà possibile raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e, macinato dai denti delle fiere, diventerò pane puro di Cristo. Piuttosto, accarezzate le fiere perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo, così che, morto, non pesi su nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo. Pregate il Signore per me, affinché, mediante questi mezzi, io sia offerto come vittima a Dio. Non vi comando come Pietro e Paolo: essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi, io ancora uno schiavo. Ma, se soffro, sarò affiancato in Gesù Cristo e risorgerò libero in Lui»[4].

Ignazio ricorda ai romani Pietro e Paolo come figure di suprema autorità, il che dimostra che — secondo lui — essi avevano un legame privilegiato con Roma più che con qualsiasi altra città. Ignazio sapeva chiaramente che entrambi erano venuti a Roma e vi avevano subìto il martirio.

Oltre alle testimonianze citate, ve ne sono altre ancora più chiare, che per brevità ci limitiamo a menzionare solo con un’indicazione bibliografica:

  • Ascensione di Isaia (II sec.)

  • Apocalisse di Pietro (135)

  • Ireneo, Adversus Haereses - Contro le eresie (180)

  • Tertulliano, De praescriptiones haereticorum - Prescrizioni contro gli eretici (200-205 circa)

 

2. Le origini apostoliche della Chiesa romana

Le prime notizie sulla comunità cristiana di Roma si possono attingere dagli Atti degli Apostoli, dove si legge, nel racconto del giorno di Pentecoste:

“Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. [...] Siamo [...] della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicine a Cirene, e stranieri di Roma [...]” (At 2,5.10).

Già dalla fondazione della Chiesa, quindi, vi erano a Gerusalemme credenti provenienti da Roma, a dimostrazione del precoce legame tra la comunità cristiana e la capitale dell’Impero. 

 

2.1. Soggiorno e martirio di Pietro a Roma

Cronologia approssimativa:

  • 42 d.C.: Pietro lascia Gerusalemme: “Poi uscì e s'incamminò verso un altro luogo” (Atti 12,17).

  • 49-50 d.C.: Concilio di Gerusalemme (Atti 15).

  • Presenza ad Antiochia (Galati 2,11-14).

  • Probabile soggiorno a Roma (?), nel Ponto, Cappadocia, Bitinia, Macedonia (?), forse a Corinto (secondo Dionigi, vescovo di Corinto verso il 170): “partito di Cefa” (1Cor 1,12).

Una tradizione attesta la presenza di Pietro a Grado, presso Pisa, dove si trova una basilica costruita su una casa romana del IV secolo. Anche nella Puglia vi sono numerose località che rivendicano il passaggio dell’Apostolo: ad esempio San Pietro in Bevagna e Otranto, dove si conserva la basilica dedicata al santo.

 

2.2. Presenza, permanenza, predicazione e martirio di Pietro a Roma

La storiografia protestante ha cambiato atteggiamento a partire dagli studi di Hans Lietzmann (1927), che aprirono la strada a un riesame critico delle fonti. Per affrontare il tema in modo completo, si possono seguire quattro vie principali:

  • La via letteraria
  • La via iconografica
  • La via archeologica
  • La via epigrafica

 

2.2.1. La via letteraria
  • Il Catalogo Liberiano del IV secolo (che si basa su fonti più antiche) riporta l’elenco dei papi a partire da Pietro, considerato primo vescovo di Roma.

  • Eusebio di Cesarea, nella sua Storia ecclesiastica, riferisce della presenza e predicazione di Pietro a Roma e della stesura del Vangelo di Marco a seguito della sua predicazione:

«Pietro, si dice, venne a conoscenza del fatto per rivelazione dello Spirito e, rallegratosi del loro zelo, convalidò il testo per la lettura nelle chiese. Clemente riporta la notizia nel sesto libro delle Ipotiposi, e Papia, vescovo di Hierapolis, la conferma»[5].

  • Dionigi di Corinto (ca. 170) fornisce una testimonianza chiara e articolata:

1. La venuta di Pietro e Paolo a Roma

2. La predicazione del Vangelo nella città

3. Il martirio dei due apostoli nello stesso periodo

  • Ignazio di Antiochia (+ 107), nella Lettera ai Romani, scrive:

«Non vi comando come Pietro e Paolo»[6].

  • Clemente Romano (95-98), nella Lettera ai Corinzi, descrive il martirio di Pietro e Paolo, come già riportato in precedenza, aggiunge che ad essi

«si aggiunse una grande schiera di eletti, i quali [...] furono di bellissimo esempio a noi»[7].

  • Ireneo di Lione afferma di aver conosciuto personalmente Pietro e Paolo, e di aver ascoltato la loro predicazione apostolica.

  • San Pietro, nella sua prima lettera scrive:

“Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia” (1Pt 5,13).

È evidente che Babilonia è un nome simbolico (cfr. Apocalisse e sant’Agostino): non può trattarsi della Babilonia antica, già distrutta, né di quella egiziana nel deserto, per i motivi già detti prima.

La prova in negativo sta nelle dispute teologiche dei secoli II e III, in cui si discuteva il primato romano, nessuno mette mai in dubbio l’apostolato, il martirio e la sepoltura di Pietro a Roma.

 

2.2.2 La via iconografica

Numerose sono le rappresentazioni di Pietro nell’arte paleocristiana a Roma, molto più che in qualsiasi altra località. Le scene sono molteplici:

  • Pietro che, come il Maestro, porta sulle spalle la pecorella smarrita (8 volte);

  • Pietro che riceve da Cristo la legge e la insegna (13 esemplari);

  • Pietro che viene arrestato mentre sta insegnando: questo episodio si trova solo a Roma e ad Arles, in Francia (che dipendeva da Roma);

  • La consegna delle chiavi del Regno a Pietro (7 casi);

  • L’arresto di Pietro (60 esemplari di sarcofagi romani e 17 fuori Roma). In un sarcofago conservato anticamente in Laterano, il sacrificio di Pietro è messo in relazione e in parallelo con quello di Isacco e di Cristo;

  • Pietro che percuote la roccia dalla quale scaturisce acqua: è la scena più frequente a Roma dopo quella del buon pastore. Ricca di simbolismo spirituale, si riferisce al battesimo di Cornelio (At 10).

    Con questa raffigurazione, i romani hanno voluto considerare il battesimo conferito da Pietro al centurione romano come l’atto fondativo della comunità cristiana romana.

 

2.2.3 La via archeologica
  • Eusebio di Cesarea ricorda che, verso il 200, il presbitero Gaio 

«un ecclesiastico vissuto ai tempi del Vescovo di Roma Zefirino (199-217), in un suo scritto contro Proclo, capo della setta dei Montanisti (Catafrigi), parla dei luoghi ove furono deposte le sacre spoglie dei detti Apostoli; e così si esprime: «Io posso mostrarti i trofei degli Apostoli. Se vorrai recarti al Vaticano, o sulla via Ostiense, troverai i trofei dei fondatori di questa Chiesa»[8].

Il termine tropaia indicava i monumenti funebri eretti sulle tombe contenenti i corpi dei due apostoli.

  • Il Cronografo del 354 riporta: III kal. Iul. Petri in catacumbas et Pauli Ostiense Tusco et Basso cons. (tr.: “Il [ndr: 29 giugno] terzo giorno prima delle Calende di luglio, [ndr.: memoria di] Pietro nelle catacombe e Paolo sulla via Ostiense, sotto il consolato di Tusco e Basso”). Questo documento conferma l’esistenza di un culto comune, il 29 giugno, per san Pietro e san Paolo, iniziato nel 258 (anno del consolato di Tusco e Basso), presso le catacombe di San Sebastiano. Tale iscrizione, mentre attesta il martirio e il culto romano dei due apostoli, pone alcuni problemi interpretativi, tra cui l’ipotesi più accreditata: una traslazione temporanea delle reliquie dalle tombe originali alle catacombe, fuori città, durante la persecuzione di Valeriano.

  • La costruzione della basilica di San Pietro (e di quella di San Paolo), voluta da Costantino, avvenne sopra il “trofeo” indicato da GaioIl criterio della Chiesa primitiva era di localizzare il culto del martire e l’edificio sacro in suo onore esattamente sul luogo della sepolturaPer collocare il centro della basilica proprio sopra la tomba di Pietro, Costantino dovette violare un cimitero pagano ancora in uso e compiere un imponente lavoro di sterro sul pendio del Vaticano.

  • I recenti scavi sotto la basilica di San Pietro (1939–1949) hanno confermato archeologicamente le prove letterarie della presenza della tomba.

 

2.2.4 La via epigrafica
  • I graffiti nelle catacombe di San Sebastiano (scavati a partire dal 1915) riportano invocazioni a Pietro e Paolo, segno del culto comune reso ai due apostoli nella triclia (una sorta di cappella funeraria), durante il refrigerium (agape funebre). Questa forma di culto, iniziata verso il III secolo, portò alla costruzione, all’inizio del IV secolo, della basilica detta Memoria Apostolorum, che coprì con materiali di scarto le iscrizioni.

  • L'iscrizione di papa Damaso (305-384), nella basilica di San Sebastiano, su lastra di marmo, ricorda che in quel luogo avevano abitato Pietro e Paolo:

Hic habitasse prius sanctos cognoscere debes / nomina quisque Petri pariter Paulique requiris - Qui devi sapere che un tempo abitarono i santi, / se cerchi i nomi di Pietro e ugualmente di Paolo.

  • Nelle catacombe di San Sebastiano si trova anche un graffito, risalente al IV secolo, con la scritta:

Domus Petri - Casa di Pietro

  • Presso la tomba di san Pietro, nel sepolcro dei Valeri (a circa 20 metri di distanza), si trova un’iscrizione-preghiera, databile alla fine del III o inizio del IV secolo:

Petrus roga pro sanctis hominibus christianis ad corpus tuum sepultis - Pietro, prega per i santi uomini cristiani sepolti presso il tuo corpo.

  • Sul cosiddetto “Muro G”, addossato trasversalmente al Muro Rosso, a fianco della memoria petrina, sono state trovate numerose iscrizioni cristiane (250–315 d.C.), tra cui i monogrammi di Cristo (XP), di Maria (MA) e di Pietro (PE).

  • Sul Muro Rosso si è trovato un frammento, databile verso il 160, decifrato da Margherita Guarducci, che lo ha ricomposto come:

Petros eniPietro è qui

A conclusione di questa sezione, il protestante Hans Lietzmann scrive:

«Tutte le fonti antiche [...] diventano chiare e facilmente intellegibili [...] se si ammette quello che esse ci suggeriscono chiaramente, cioè che Pietro ha soggiornato a Roma e vi è morto martire»[9].

 

3. Fondazione della comunità di Roma

Quando Paolo arriva a Roma, la comunità cristiana è già presente e consolidata. Chi l’aveva fondata?

  • Secondo alcuni autori, basandosi su Atti 12,17, fu Pietro. Ma questa è una tesi che non convince del tutto: se fosse stato realmente san Pietro, se ne sarebbe avuto chiaro riferimento, data la sua autorevolezza.

  • A Roma esisteva una fiorente comunità ebraica: attorno al 50 d.C. si stima fosse composta da circa 40.000 persone, la cui attività principale era il commercio. Quando Paolo arriva, trova già una comunità cristiana costituita, che egli cerca di consolidare e guidare (Atti 28,30).

  • Negli anni della persecuzione di Nerone (64 d.C.), secondo Tacito, i cristiani sono descritti come una moltitudine ingente.

  • L'ipotesi più accreditata è che a fondare la comunità cristiana di Roma siano stati uomini e donne provenienti dalla Giudea, di origine ebraica, appartenenti alla comunità cristiana di Gerusalemme, e che per l'appunto, avevno conosciuto direttamente gli Apostoli e quindi Pietro. 

 

3.1. L’ambiente di Roma al tempo dei primi cristiani

Roma, all’epoca di Augusto, è una città profondamente trasformata:

«Trovai la città di mattoni e la lasciai di marmo»[10]

dirà lo stesso imperatore sul letto di morte.

L’imponente attività edilizia diede alla capitale un aspetto grandioso, capace di suscitare stupore nei visitatori. Tra le realizzazioni di quel periodo si ricordano:

  • Il Teatro di Marcello, completato da Augusto e dedicato al ricordo del genero morto prematuramente;

  • Il Circo Massimo, il più grande edificio per spettacoli di tutti i tempi: lungo oltre 600 metri, poteva contenere circa 250.000 spettatori. Vi si svolgevano corse di cavalli, cacce ad animali feroci, finte battaglie, sfilate religiose e militari, spettacoli circensi ed esecuzioni capitali (comprese le crocifissioni);

  • Il Circo di Caligola in Vaticano, dove si svolsero gli spettacoli durante la persecuzione di Nerone. La zona era caratterizzata da una grande abbondanza d’acqua, grazie agli acquedotti che alimentavano terme, bagni, fontane, ecc.;

Accanto a questa Roma monumentale, vi era anche la Roma popolare, densamente abitata, che fu il terreno principale della prima predicazione cristiana.

 

3.2. Orme nell’arte e nella leggenda

Numerose sono le testimonianze della presenza di Pietro e Paolo nell’arte funeraria cristiana: affreschi nelle catacombe, decorazioni di sarcofagi, rilievi. In particolare, sono abbondanti le scene che si riferiscono a Pietro:

  • Pietro pensoso davanti a Gesù, che gli fa segno del numero tre con le dita, mentre un gallo è raffigurato ai piedi o su una colonna (rievocazione del triplice rinnegamento);

  • Pietro che percuote una roccia, dalla quale sgorga acqua, con dei soldati romani presenti nella scena;

  • Pietro arrestato da soldati romani.

Queste immagini non sono solo rappresentazioni narrative, ma veicolano concetti teologici e spirituali. Secondo recenti studi, circa il 64% delle scene relative a Pietro proviene da Roma. La scelta delle scene fu influenzata anche dalla letteratura apocrifa, in particolare dagli Atti di Pietro, redatti probabilmente a Roma tra il 180 e il 190.

 

3.2.1. Il miracolo della sorgente

Il cosiddetto miracolo della sorgente è una reinterpretazione cristiana del miracolo di Mosè in Esodo 17,6. Il parallelo con il battesimo è evidente, e spesso viene raffigurato PietroNella scena sono presenti dei soldati romani:

  • Secondo alcuni autori, si tratterebbe della conversione e del battesimo del centurione Cornelio. Tuttavia, ci sono delle incongruenze: Cornelio non era in casa e i soldati rappresentati non sono centurioni ma soldati semplici.

  • Secondo gli Atti di Pietro (in una versione rielaborata del IV secolo, p. 53), si tratterebbe della conversione dei due carcerieri di Pietro, Processo e MartinianoÈ questa una tradizione tardiva, che resta incerta: il carcere Mamertino non fornisce prove archeologiche dirette, essendo una cisterna successivamente adattata a prigione, con acqua già presente.

Ciò che sorprende, tuttavia, è l’insistenza iconografica sulla prigionia di Pietro a Roma: mentre per Paolo abbiamo racconti nei Atti degli Apostoli, per Pietro le prove sono solo iconografiche. E spesso non si rappresenta l’arresto, ma il suo cammino verso il martirio.

 

3.2.2. Quo vadis?

Il celebre racconto del “Quo vadis, Domine?” proviene dal Martirio di Pietro, un testo del II secolo (pp. 60–61). Non ha valore storico o archeologico, ma riflette la forte tradizione pietrina.

 

3.2.3. Altri luoghi legati a Pietro
  • San Pietro in Vincoli: le catene dell’apostolo sono conservate almeno dal 431.

  • San Pietro in Montorio: si tratta di una confusione medievale con il carcere Mamertino.

  • Cattedra di San Pietro: simbolo del suo magistero.

  • La scena del gallo: raffigurata in oltre 100 sarcofagi, richiama la debolezza dell’Apostolo e fu diffusa in epoca in cui si discuteva sulla questione dei lapsi (i cristiani caduti nella persecuzione).

 

3.4. Orme sanguinose del martirio
  • Il drammatico racconto di Tacito (Annales XV, 44) descrive le conseguenze dell’incendio di Roma nel 64 d.C., evento che scatenò la persecuzione neroniana. Secondo lo storico, Nerone, per allontanare da sé i sospetti di essere l’autore dell’incendio, accusò i cristiani. Di fatto, la loro condanna si basava sul reato di religio illicita, e la persecuzione assunse il carattere di un precedente giuridico, noto come institutum neronianum, richiamato nei processi successivi.

  • La Prima Lettera di Pietro sarebbe stata scritta in quegli stessi anni. Di poco precedente è probabilmente la Seconda Lettera a Timoteo, risalente forse all’inverno del 63. L’arresto e la condanna di Paolo, quindi, potrebbero essere avvenuti prima dell’incendioPietro, invece, potrebbe essere stato giustiziato nell’ottobre del 64, insieme a una “moltitudine ingente” di cristiani[11].

 

3.5. I giochi di Nerone nel circo

Il circo di Nerone, nel quale si tennero i primi grandi spettacoli legati alla persecuzione, misurava circa 590 x 95 metri. Tacito riferisce che in quei luoghi si svolsero atroci spettacoli notturni: i cristiani furono crocifissi, bruciati vivi, sbranati dalle fiere. Clemente Romano, come già visto, richiama esplicitamente questo contesto di martirio.

 

3.6. La crocifissione di Pietro

Secondo Tertulliano, all’inizio del III secolo (pag. 111?), Pietro fu crocifisso a Roma. Nel Vangelo di Giovanni (21,18-19), l’espressione “tendere le mani” è già una allusione alla crocifissione. Gli scritti apocrifi aggiungono particolari ulteriori: verso la fine del II secolo compare la richiesta di Pietro di essere crocifisso a testa in giù (p. 111).

 

3.7. Il “Trofeo di Gaio”

Il termine trofeo significa “tomba gloriosa”. Secondo Eusebio di Cesarea, il presbitero Gaio, di cui abbiamo già detto prima, sosteneva di poter mostrare i trofei degli apostoli. Gli scavi archeologici sotto l’attuale basilica di San Pietro hanno portato alla scoperta di una vasta necropoli, sviluppatasi lungo una strada (probabilmente la via Cornelia) che costeggiava il circo di Nerone. In questa necropoli è stato individuato il cosiddetto Trofeo di Gaio, un piccolo monumento non artistico, ma ritualmente significativo, che segnalava il luogo della sepoltura.

 

3.8. La cappella Clementina e la “Dimora regale” di Costantino

La basilica costantiniana non aveva al centro un altare, ma un monumento semplice e solenne: una cassa marmorea sopra il sepolcro di Pietro. Gli archeologi chiamano questi edifici martyria: luoghi costruiti per glorificare una tomba, con spazio per i devoti, per il culto e per altre sepolture. Sopra la cassa marmorea fu costruito un altare al tempo di Gregorio Magno (fine VI secolo), inglobato poi da un secondo altare voluto da Callisto II (1119–1124), e successivamente da quello di Clemente VIII (1592–1605), coronato dal celebre baldacchino del Bernini sotto la cupola michelangiolesca. Ogni trasformazione ha rispettato la situazione precedente, confermando l’importanza e la continuità cultuale del luogo.

 

3.9. Il trofeo di Gaio chiuso nel reliquiario

All’interno della cassa marmorea di Costantino si trovano:

  • La nicchia dei pallii, direttamente sopra la tomba di Pietro;

  • Il Trofeo di Gaio;

  • Il “Muro Rosso”, nel quale sono incassate due nicchie che contengono il Trofeo stesso: il muro è dunque coevo al monumento. Il Muro Rosso delimita a ovest un campo funerario (detto Campo P), con sole tombe a inumazione, prive di iscrizioni. I bolli di fabbrica del Muro sono databili attorno al 160 d.C. Lo spazio sottostante fu rispettato: nessuna tomba vi si sovrappose, ma altre tombe si disposero in cerchio attorno ad esso, a indicare la centralità di un sepolcro preesistente, oggi scomparso a causa degli scavi. Nel II secolo, con il circo di Nerone in disuso, la necropoli si estese, ma una tomba semplice e umile, coperta da tegole, fu lasciata intatta. Proprio in quel periodo fu costruito il Muro Rosso e il Trofeo. A metà del III secolo fu aggiunto un muro di sostegno, a destra del "Trofeo", detto Muro G.

 

3.10. I lavori costantiniani per la basilica

Gli scavi hanno rivelato l’entità enorme dei lavori per la costruzione della basilica costantiniana. Essa fu edificata non su un piano naturale, ma su una piattaforma artificiale, realizzata tagliando il pendio del colle. Furono rimossi circa 40.000 metri cubi di terra, compressa, per prevenire movimenti di assestamento e spinte laterali, entro un sistema di muri (preesistenti o costruiti ad hoc). Per realizzare tutto ciò, Costantino distrusse una necropoli ancora attiva, passando sopra il diritto di sepoltura delle famiglie romane, l'attaccamento alle memorie e il culto dei morti. Il fatto che un imperatore intraprendesse un’opera simile per una minoranza religiosa appena tollerata, dimostra l’importanza attribuita a quel luogoAlla fine, bisogna immaginare tutto distrutto o coperto di terra, una grande spianata dove ciò che restava visibile in superficie era solo il Trofeo di Gaio, non certo di valore artistico, che fu inglobato nella basilica: segno che lì si trovava la tomba di PietroL’imperatore fece lavori simili a Gerusalemme, per il Santo Sepolcro. I lavori per San Pietro continuarono anche oltre la sua morte, avvenuta nel 337.

 

3.11. Il "ripostiglio" nel Muro G

Nel Muro G è stato individuato un vano, simile a una cassetta: 77 cm di lunghezza, 29 cm di profondità e 32 cm di altezza.

«Certo vi fu messo qualcosa di importante. Gli archeologi, però, lo trovarono quasi del tutto vuoto»[12].

Qui si apre il famoso giallo delle ossa, studiato e pubblicato da Margherita Guarducci, che ha identificato in quel ripostiglio frammenti ossei attribuibili a san Pietro.

 

 

 

Bibliografìa

 

Fonti

Clemente Romano, Prima lettera ai Corinzi.

Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica.

Eusebio di Cesarea, Teofania.

Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani.

Ireneo di Lione, Contro le eresie.

Tertulliano, De praescriptione haereticorum.

Tacito, Annales.

Atti di Pietro.

 

Studi

Apollonj Ghetti - Ferrua - Josi - Kischbaum, Esplorazioni sotto la confessione di San Pietro in Vaticano, eseguite negli anni 1940-1949, in 2 volumi. Città del Vaticano, 1951.

Guarducci M., La tomba di Pietro, Studium, Roma, 1959.

Guarducci M., Le reliquie di Pietro sotto la Confessione della Basilica Vaticana, Studium, Roma 1965.

Guarducci M., La tomba di san Pietro. Una straordinaria vicenda, Rusconi, 1990.

Prinzivalli E. (a cura di), Padri Apostolici, Città Nuova, Roma 1998.

Simonetti M. (a cura di), Padri Apostolici, Città Nuova, Roma 1994.

Sordi M., I cristiani e l’Impero romano, Jaca Book, Milano 2006.

Fasola U.M., Pietro e Paolo a Roma. Orme sulla roccia, Vision Editrice, Roma, 1980.

 

 


Note

[1] Tacito, Annales XV, 44.

[2] Eusebio di Cesarea, Teofania IV, 7.

[3] Clemente Romano, Prima lettera ai Corinzi V, 1-7, VI, 1-2.

[4] Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani IV, 1-3.

[5] Eusebio di Cesare, Storia ecclesiastica II, 14-15. Cfr. anche Storia ecclesiastica III, 15 - dove è riportata la testimonianza di Papia [130 ca.] sulla stesura del vangelo da parte di Marco.

[6] Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani IV, 1-3.

[7] Clemente Romano, Prima lettera ai Corinzi V e VI, 1 e VI, 1.

[8] Eusebio di Cesare, Storia ecclesiastica II, 25, 6-8.

[9] Hans Lietzmann (1927).

[10] Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, imperatore di Roma dal 27 a.C. al 14 d.C.

[11] M. Sordi, I cristiani e l’Impero romano, Jaca Book, Milano 2006.

[12] U.M. Fasola, Pietro e Paolo a Roma. Orme sulla roccia, Vision Editrice, Roma 1980.