Triduo di San Giuseppe
Riflessione del terzo giorno – 18 marzo 2006
Siamo giunti alla fine del nostro percorso, breve ma, spero, ricco.
Giuseppe è un padre attento e premuroso nei confronti del figlio. Infatti, dovendo andare con Maria a Gerusalemme per la festa di Pasqua, porta con sé il figlio Gesù, che – come abbiamo ascoltato dal Vangelo – è un adolescente: ha appena dodici anni.
La responsabilità di Giuseppe come genitore è quella di trasmettere a Gesù tutti gli aspetti culturali e religiosi della società in cui vivono. Questa dovrebbe essere la premura di ogni genitore, ma spesso non è così. Oggi, nella nostra quotidianità, i genitori tendono a delegare le loro responsabilità direttamente ai figli, saltando un passaggio fondamentale: la testimonianza.
Molti genitori, non partecipando più alla celebrazione eucaristica, dicono ai figli: Vai a Messa. Ma non trovano più il tempo per vivere quel momento insieme ai figli, per dare per primi l’esempio. Così facendo, delegano, ma delegando compromettono anche il futuro dei figli, che cresceranno con un senso di responsabilità in meno: quello verso il proprio futuro.
Giuseppe, invece, con attenzione e premura, trasmette a Gesù l’usanza di salire a Gerusalemme in occasione della Pasqua. Ma, al ritorno dalla celebrazione, accade qualcosa di inaspettato: Gesù rimane a Gerusalemme. I suoi genitori, non trovandolo tra i parenti, decidono di tornare indietro per cercarlo. Lo trovano “seduto in mezzo ai dottori – dice Luca – mentre li ascoltava e li interrogava” (Lc 2,46).
Immaginiamo la reazione dei genitori: Luca ce la descrive con le parole di Maria: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo” (Lc 2,48). Angosciati. Qualunque genitore lo sarebbe stato in una simile situazione. Ma la risposta di Gesù va oltre quei sentimenti umani che viviamo in certi momenti: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49).
Che maturità dimostra questo ragazzo appena dodicenne! La sua coscienza ha già sviluppato un senso del proprio ruolo nella società: conosce già la missione che il Padre celeste gli ha affidato.
Naturalmente, agli occhi dei genitori ciò non appare normale, e infatti l’evangelista annota: “Ma essi non compresero le sue parole” (Lc 2,50).
Quanti figli oggi cercano di comunicare con i genitori, senza riuscirci. E quanti genitori cercano di comunicare con i figli, senza successo. In entrambi i casi, la comunicazione è spesso ostacolata dall’incapacità di ascoltare l’altro. Si tende a giustificare le proprie azioni, giuste o sbagliate che siano, oppure ad alzare i toni, come se il genitore avesse il diritto di dire tutto ciò che vuole.
Ma non è così. Il miglior modo di educare i figli, spesso, è il silenzio: proprio come ci insegna san Giuseppe. In tutto l’episodio evangelico, egli non dice nulla, né al figlio né a Maria.
Maria, invece, è attenta e calma: dialoga con il figlio senza alzare la voce, cercando di stabilire una comunicazione autentica. Questo è il compito particolare della madre: trovare la giusta frequenza per parlare con il proprio figlio. Maria riesce a trovare questa sintonia e, sostenuta da Giuseppe, chiede al figlio il perché di quel gesto. Ma – come abbiamo già detto – la risposta di Gesù supera le capacità umane di comprensione. Eppure, senza polemiche, Gesù torna con i genitori, perché non era ancora giunto il momento di manifestare pienamente la sua missione.
Il Vangelo si conclude con parole che invitano alla riflessione: “Gesù cresceva in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52). Questo dice molto: ci fa comprendere che Maria e Giuseppe furono genitori talmente capaci da accompagnare la crescita di Gesù nella sapienza, nel corpo e nello spirito.
Auguriamoci che tutti i genitori prendano esempio dalla Santa Famiglia come fondamento su cui costruire la propria famiglia. Solo con un esempio così forte si potrà restare uniti e dialogare davvero con i propri figli.