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La cultura è una delle caratteristiche antropologiche che ha distinto gli esseri umani fin dalle sue origini.

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Il tema di questa sera possiamo dire che racchiude in sé tutti i temi su cui abbiamo riflettuto insieme in questi giorni.
“Attendere nel silenzio” non è un argomento semplice, perché quasi tutti abbiamo vissuto l’esperienza del silenzio: quando, chiedendo qualcosa a Dio, a una persona cara o a un amico, ci siamo trovati ad attendere in silenzio la loro risposta.
Tutti, dunque, sappiamo cosa significhi il silenzio. Chi in un modo, chi in un altro, tutti abbiamo conosciuto l’esperienza dell’attesa nel silenzio.

La Bibbia è ricca di queste esperienze. Per questo ho scelto il Salmo 28, dove si parla del silenzio di Dio e dell’attesa fiduciosa della sua risposta dopo l’invocazione forte:

A te grido, o Signore”.

Come anticipato nell’introduzione, ci faremo accompagnare da due figure: San Giuseppe e la Vergine Maria. Per questo analizzeremo il passo del Vangelo appena proclamato.
Per comprendere Giuseppe, però, dobbiamo riferirci ai primi due capitoli del Vangelo secondo Matteo.

Come sappiamo, nei primi anni della storia del cinema, i film erano muti. Il regista doveva essere doppiamente artista, capace di rendere parlanti le sequenze e i personaggi solo attraverso i movimenti e le immagini.
Lo spettatore riceveva il messaggio attraverso il linguaggio pieno del silenzio.
Questa è esattamente la sensazione che si prova leggendo e contemplando i primi due capitoli del Vangelo di Matteo.
C’è soltanto una voce fuori campo: la voce dell’angelo, messaggero di Dio, che rivela le sue intenzioni.
Il silenzio adorante di Giuseppe è l’espressione della sua contemplazione del piano che Dio sta intessendo per lui e attraverso di lui.
Giuseppe è uno spettatore attento, che ascolta, adora, obbedisce, e così approva il piano di Dio, permettendo che si realizzi grazie alla sua risposta consapevole e libera.

Nel Vangelo di Luca, invece, c’è un’evoluzione: Giuseppe resta muto, ma oltre all’angelo parlano Maria e Gesù.

Il silenzio adorante, dunque, nasce anzitutto dalla maturità spirituale di Giuseppe, che accoglie pienamente ciò che Dio compie e dispone.
Nel silenzio dell’obiezione e del giudizio, Giuseppe adora il disegno divino che, in Maria, si fa incarnazione del Figlio.
È un silenzio profetico, perché – come conferma l’angelo – Giuseppe ha compreso che

ciò che è generato in lei viene dallo Spirito Santo” (Mt 1,20).

È un silenzio che non indaga le intenzioni di Dio, neppure quando permette che la follia omicida di Erode si abbatta sui bambini innocenti.
È un silenzio che accetta incondizionatamente la fuga in Egitto, pur senza sapere quando si potrà tornare.
È un silenzio che accoglie il cambiamento dei progetti, quando, ritornando dall’Egitto, Giuseppe è corretto nel cammino attraverso un sogno:

Avvisato in sogno...” (Mt 2,22).

Dopo questo excursus su Giuseppe, entriamo ora nel cuore della figura di Maria, attraverso il Vangelo di Luca, affiancandola ancora a Giuseppe.
Il silenzio adorante di Giuseppe si unisce a quello di Maria: entrambi ricurvi sul Bambino nato a Betlemme, mentre i pastori si uniscono alla loro adorazione (Lc 2,16).
È silenzio anche di fronte all’incomprensione delle parole di Gesù (Lc 2,48 ss).
Dio non è sempre tenuto a dare spiegazioni: talvolta – direbbe Sant’Agostino – i suoi occhi si chiudono nel mistero (cfr. In Ps. 10).
E Giuseppe accoglie tutto ciò che viene da Dio, nei fatti e nelle parole, con un silenzio che genera serenità.

Il silenzio di Giuseppe e di Maria è il silenzio della maturità.
L’uomo maturo è colui che accoglie pienamente e con gioia il “film muto di Dio”.
Cosa hanno fatto, infatti, questi due grandi protagonisti della salvezza, se non la piena volontà di Dio, vissuta nella non-consapevolezza, nel silenzio e nell’attesa che il suo disegno si compisse per tutta l’umanità?

È silenzio adorante, per l’atteggiamento contemplativo che lo accompagna. Così come Luca dice di Maria:

Maria custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,51).

È silenzio adorante perché nella vita di Giuseppe e Maria Dio si è fatto presente in quel Bambino.
Se Maria è il tabernacolo eucaristico durante la gravidanza, Giuseppe ne è, insieme a lei, il fedele adoratore silenzioso.
E soprattutto lo è quando il Bambino cresce accanto a loro.
Giuseppe, Maria e la loro casa sono concentrati sul Dio fatto uomo, che “cresceva in età, sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52).

Come concretizzare l’attesa silenziosa nella vita quotidiana?

Ogni avvicinamento alla preghiera richiede ciò che i monaci chiamano statio: un breve tempo di silenzio in cui mettere ordine nei pensieri, con l’obiettivo preciso di favorire l’ascolto.
Non si può ascoltare se si è distratti.
Non si può ascoltare senza fare silenzio.
E non si tratta solo di silenzio esteriore, ma anche – e soprattutto – di silenzio interiore.

Se vogliamo davvero ascoltare qualcuno con cui dialogare, dobbiamo innanzitutto capire che cosa ci sta dicendo.
La preghiera è un dialogo, che comporta ascolto e risposta.
Ma si può rispondere solo dopo aver ascoltato bene la domanda.

Prima di entrare nello spazio della preghiera, dunque, dobbiamo prendere consapevolezza della necessità dell’ascolto.
E non si ascolta senza silenzio.

Una volta creato questo spazio, rimaniamo nel silenzio, che è una virtù.

Tuttavia, è bene aggiungere che il silenzio può anche diventare peccato.
Non sempre è giusto tacere.
Ci sono momenti in cui non è lecito tacere, e altri in cui si è obbligati a parlare.
Talvolta, la nostra parola deve essere tagliente, deve tagliare con giustizia.
Forse anche voi avete vissuto situazioni in cui non solo non era opportuno, ma non era neppure moralmente giusto tacere.

Ci sono diversi modi di vivere il silenzio. Uno, che vorrei sottolineare, è il silenzio del cuore.
Un silenzio che non significa assenza di rumore, ma che può convivere con il rumore, anche con il traffico cittadino.

È un silenzio che ci permette di sintonizzarci con la vibrazione dell’altro.
Questo è il silenzio che dovremmo cercare di coltivare prima di entrare nello spazio in cui Dio ci parla.

Tutto ciò che abbiamo visto finora riguarda il silenzio preparatorio alla preghiera.
Ma esiste anche un silenzio che va oltre la Parola:
un silenzio adorante, come quello che si crea davanti alla grotta di Betlemme.

È un silenzio che ci possiede nelle profondità dell’anima quando, nella preghiera, siamo afferrati dalla Parola, e ci rendiamo conto che essa ci educa a una intimità profonda con Dio, tanto che non servono più parole.

È il silenzio di Giuseppe e Maria, ricurvi sul Bambino, che adorano nel più profondo silenzio il Dio fatto uomo.

Ci abbandoniamo completamente a Lui. E questo ci basta.

Davanti al Bambino nella culla, non c’è più nulla da dire.
Ogni parola, ogni pensiero, sarebbe inadeguato alla profondità del legame ormai stabilito con Lui.

Tutto questo, ovviamente, non si realizza in un giorno.
Per questo, impegnandoci a partire da domani sera, adorando in silenzio il Bambino nato, inizia per ciascuno di noi l’allenamento quotidiano all’ascolto silenzioso.

E in mezzo al chiasso di un Natale consumistico, attendiamo in silenzio il Bambino Gesù che viene nel mondo, ascoltando il suo respiro soave.
Un respiro che già ci svela il motivo per cui Dio si è fatto uomo: per la nostra salvezza.